Mosca rilancia: “Guerra finirà con la nostra vittoria”. In arrivo a Mosca gli inviati di Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La macchina della propaganda russa torna a carburare a pieno regime, alimentando la narrazione della vittoria inevitabile nonostante le complesse dinamiche del conflitto in Ucraina. Dmitry Peskov, storico portavoce del Cremlino, ha rilasciato un’intervista in cui ha rivendicato con sicurezza l’esito finale dell’operazione militare speciale, descrivendola come “la nostra guerra” e promettendone la conclusione con il trionfo di Mosca. Queste dichiarazioni, che giungono a poche ore di distanza dall’ottimismo misurato mostrato da Vladimir Putin – il quale aveva lasciato intendere che il conflitto “sta volgendo al termine” – sembrano voler gettare acqua sul fuoco delle speculazioni circa una possibile flessibilità del Cremlino sul campo di battaglia, dove pure le ultime controffensive nemiche hanno reso la vita dura agli invasori.

Questa escalation verbale trova un contraltare concreto sul terreno diplomatico, dove invece gli ingranaggi sembrano muoversi a velocità sostenuta. Yuri Ushakov, consigliere presidenziale russo, ha confermato all'emittente Rossiya-1 l’arrivo imminente a Mosca di due figure chiave dell’amministrazione Trump. Si tratta di Steve Witkoff e Jared Kushner, inviati speciali degli Stati Uniti, la cui visita – prevista per un “futuro molto prossimo” – mira a “proseguire il dialogo” tra le due superpotenze. La loro mediazione, sebbene ancora priva di un calendario ufficiale, rappresenta il tentativo più serio degli ultimi mesi di tradurre la tregua simbolica (e spesso violata) in un cessate il fuoco negoziato, un percorso che allo stato attuale appare lastricato di ostacoli e reciproche diffidenze.

Una tregua violata e parole di pietra

Il clima di ostilità, del resto, non si è placato nemmeno durante la pausa umanitaria indetta per le celebrazioni del Giorno della Vittoria, che ricorda la sconfitta del nazifascismo nella Seconda guerra mondiale. La tregua, entrata in vigore da ieri e valida fino a domani, è stata immediatamente infranta: Mosca e Kiev si scambiano accuse continue, addossandosi a vicenda la responsabilità dei raid e dei bombardamenti che hanno continuato a insanguinare le linee del fronte. Una situazione, questa, che ha di fatto gelato gli auspici di Trump di estendere il silenzio delle armi, mentre le truppe rimangono trincerate nelle rispettive posizioni in attesa di scoprire le reali intenzioni dell’avversario.

Putin, dal canto suo, ha gettato sul tavolo un’idea che sa di provocazione per molti palazzi europei. Lo zar ha dichiarato di essere pronto a parlare con l’Unione Europea, indicando addirittura il nome di un potenziale mediatore ideale ai suoi occhi: Gerhard Schröder, l’ex cancelliere tedesco la cui vicinanza alle aziende energetiche russe è ormai leggenda. Una proposta, quella del leader del Cremlino, che suona come un esplicito tentativo di scavare un solco tra Bruxelles e Berlino, proponendo un interlocutore sgradito alla maggioranza dell’attuale classe dirigente europea ma storicamente legato agli interessi di Gazprom.

La parata in sordina e le nuove leve diplomatiche

Le parole del presidente, pronunciate al termine di una parata sulla Piazza Rossa decisamente in tono minore, raccontano di una Russia che non può più permettersi i lussi dimostrativi del passato. Per motivi di sicurezza, evidentemente legati alla crescente minaccia dei droni e delle infiltrazioni nemiche, hanno sfilato solo i soldati: niente carri armati, nessun missile o attrezzatura pesante, a testimonianza di come la “guerra speciale” abbia portato il conflitto anche fin troppo vicino al cuore simbolico della madrepatria. Un silenzio bellico, quello delle colonne corazzate, che grida più forte di qualsiasi discorso ufficiale.

Sul fronte organizzativo, la macchina del potere si sta preparando ad accogliere i due emissari statunitensi. Kushner e Witkoff, già protagonisti di diverse missioni informali in Medio Oriente durante la prima amministrazione Trump, si trovano ora a gestire un dossier infinitamente più complesso. La loro visita, caldeggiata dal tycoon che siede nuovamente alla Casa Bianca da oltre un anno, mira a testare la reale disponibilità di Putin a congelare il conflitto sulle linee attuali. Un’impresa titanica, considerando che il portavoce Peskov ha parlato di una Russia che combatte contro “l’intero blocco della Nato”, una definizione che lascia intendere come a Mosca si percepisca la partita come esistenziale e, pertanto, difficilmente passibile di compromessi al ribasso.

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