Conte, l’addio al Napoli tra i “veleni” e il “fallimento” della compattezza
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Redazione Cultura e Spettacolo
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“Ho fallito in una cosa: non sono riuscito a portare compattezza”. Con queste parole, pronunciate al termine dell’ultima partita stagionale vinta contro l’Udinese, Antonio Conte ha ufficializzato l’addio al Napoli, chiudendo un biennio che lo ha visto protagonista assoluto non solo sul piano dei risultati – il secondo posto in classifica ne è la prova – ma anche, e forse soprattutto, su quello retorico e comunicativo.
Seduto accanto al presidente Aurelio De Laurentiis nella conferenza stampa congiunta che ha fatto seguito al fischio finale, il tecnico pugliese ha rivendicato il lavoro fatto – “ho preso un gruppo traumatizzato da un decimo posto” – e al contempo ha puntato il dito contro un ambiente che, a suo dire, avrebbe disseminato “veleni” intorno alla squadra, rendendo impossibile quella lotta ad armi pari con le concorrenti, l’Inter in testa. “Chi sparge veleni è un fallito – ha scandito Conte – e il Napoli non ha bisogno di falliti”.
La decisione presa già un mese fa e l’offerta di De Laurentiis
L’annuncio, per quanto atteso dalle voci degli ultimi giorni, ha assunto i contorni di un vero e proprio atto formale quando lo stesso Conte ha rivelato di aver comunicato la sua volontà di andarsene già un mese prima, chiamando direttamente De Laurentiis non per avanzare richieste di mercato o discutere di ridimensionamenti economici – ha anzi tenuto a precisare che “non mi interessava sapere niente della programmazione” – ma per mettere nero su bianco una sensazione ormai maturata dopo la trasferta di Bologna.
“Ho percepito che il mio percorso qui stava per terminare”, ha confessato, aggiungendo che “campionati anonimi non ne ho fatti e mai ne farò, non accompagnerò il morto”.
De Laurentiis, dal canto suo, non ha opposto resistenza: ha ricordato l’amicizia che lo lega al tecnico fin da un incontro alle Maldive di quindici anni fa, e gli ha lasciato la porta aperta (“questa è casa tua, se ci ripensi fino all’ultimo giorno io sono qui”), pur ribadendo i paletti economici entro cui il club è costretto a muoversi, lontani dalle disponibilità di Psg, Bayern o delle big inglesi.
Il post social e la prossima panchina tra Allegri e Italiano
A suggellare la separazione ci ha pensato poi il club con un breve messaggio apparso sui canali ufficiali: “Grazie, mister!”, accompagnato da una foto del tecnico sorridente. Poche parole, quasi un epilogo scontato dopo le due ore di conferenza in cui Conte ha riversato il suo consueto carico di passione, frustrazione e dichiarazioni ad effetto, rivendicando di aver “alzato le mani” di fronte a dinamiche che non poteva cambiare.
Ora, il futuro del Napoli si gioca sulla scelta del sostituto: De Laurentiis ha chiesto tempo (“bisogna aspettare le gare di stasera perché siamo in tanti a mischiare le carte”), ma i nomi che circolano sono quelli di Massimiliano Allegri e Vincenzo Italiano, due filosofie opposte – la concretezza del primo contro la spregiudicatezza del secondo – accomunate dalla necessità di lavorare con una rosa che, secondo i piani societari, dovrà subire una sforbiciata di circa 50 milioni al monte ingaggi.
Il “fallimento” della compattezza e il congedo dal Maradona
L’ossessione di Conte – quella per la compattezza – è tornata come un refrain in ogni sua risposta: “Se non si porta compattezza nell’ambiente, poi non si riesce a combattere contro le altre squadre”, ha ripetuto, quasi a voler consegnare ai posteri una lettura precisa della sua esperienza partenopea. Ha parlato di “persone nocive” che dovrebbero allontanarsi, di cronisti che scrivono “per un like”, e alla fine ha ammesso: “Pensavo di godermela di più”.
L’ultimo abbraccio del Maradona – sold out per l’occasione – è stato quello di una piazza che, nonostante gli alti e bassi, gli ha sempre riconosciuto il merito di aver ridato dignità a un gruppo sull’orlo del baratro. E mentre De Laurentiis pensa già alla rifondazione, Conte guarda altrove: alla Nazionale, forse, o semplicemente a un po’ di riposo, come ha lasciato intendere (“io posso anche riposarmi”), senza mai chiudere del tutto la porta a un futuro che, nel suo stile, sarà comunque rumoroso.




