La rivolta di Gabes contro la fabbrica dei veleni
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Redazione Esteri
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L'aria salmastra del Mediterraneo, a Gabes, si mescola ormai da decenni a un odore acre e persistente, un misto di zolfo e di sostanze che hanno progressivamente avvelenato un'intera città, trasformando il suo golfo, un tempo oasi di biodiversità, in una zona morta. La rabbia, a lungo covata, è esplosa in uno sciopero generale che ha paralizzato ogni attività, dal commercio ai servizi, mentre migliaia di persone invadevano le piazze per gridare un rifiuto netto e definitivo verso l'impianto statale del Gruppo Chimico Tunisino, colpevole, secondo i dimostranti, di aver compromesso irreparabilmente l'ambiente e la salute di chi ci vive. Una protesta che, partita come un boato isolato, ha finito per assumere i contorni di una mobilitazione corale, la cui onda lunga risuona ben oltre i confini della regione, mettendo a nudo un conflitto lacerante tra le esigenze di un'economia nazionale fragile e il diritto inalienabile a un'esistenza salubre.
Le radici di un malessere profondo
La storia di questo scontro affonda le sue radici nel 1972, quando l'impianto per la lavorazione dei fosfati fu inaugurato con la promessa di dare un decisivo impulso allo sviluppo economico del paese. Ciò che non fu detto, o forse non fu compreso appieno allora, erano le conseguenze che quelle attività industriali avrebbero scaricato, giorno dopo giorno, nell'atmosfera e nelle acque del golfo. Un lento stillicidio di agenti inquinanti, alcuni dei quali sospettati di essere anche radioattivi, che ha eroso il tessuto sociale e biologico dell'area, generando un malessere diffuso che trascende le generazioni. Molti di coloro che oggi protestano sono nati e cresciuti all'ombra di quei camioni, respirando l'aria che essi stessi, da bambini, trovavano irrespirabile, in un ciclo di degrado che sembrava inarrestabile.
La scintilla che ha incendiato la protesta
A fare da detonatore all'ultima e più violenta ondata di proteste, coordinate dal collettivo "Stop Pollution", è stato il ricovero quasi simultaneo di 122 persone per intossicazione da fumi tossici. Un episodio drammatico, che ha materializzato la minaccia, rendendo tangibile e immediato un pericolo spesso percepito come subdolo e latente. Le prime manifestazioni, partite il 10 ottobre con poche centinaia di persone, hanno rapidamente guadagnato slancio e partecipazione, trasformandosi in un movimento di massa che non chiede più semplicemente miglioramenti o controlli, ma la chiusura immediata e definitiva degli impianti. "La salute è un diritto, respirare è un diritto", è diventato il grido unanime, uno slogan che sintetizza una battaglia per la sopravvivenza stessa.
Una battaglia tra diritto alla vita e interessi economici
La paralisi di Gabes rappresenta dunque l'ultimo capitolo di una lunga battaglia che oppone il diritto fondamentale alla salute agli interessi di un colosso industriale statale, il Gruppo Chimico Tunisino, la cui produzione rimane un pilastro dell'economia nazionale. I cittadini, ormai esasperati dall'aumento costante di patologie respiratorie e di casi di avvelenamento, non accettano più alcun compromesso, rifiutando qualsiasi mediazione che non preveda la cessazione delle attività inquinanti. La loro determinazione, nata dalla disperazione di chi vede il proprio territorio morire, sfida una logica economica che per troppo tempo ha considerato l'ambiente e il benessere delle persone come un costo accessorio, se non addirittura un ostacolo, al perseguimento del profitto.




