L’addio di Petrecca tra Vangelo e veleni, ora nella Rai è caccia al fantasma che l’avrebbe tradito
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Redazione Sport
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La sera della sua uscita di scena, consumata tra i palazzi di Viale Mazzini e di Via Cristoforo Colombo, più che le scaramanzie o i rituali salotti del commiato, Paolo Petrecca ha scelto un’arma antica quanto la cultura occidentale, e cioè una citazione del Vangelo di Matteo, quella dell’Ultima Cena, per dire la sua sull’addio forzato da Rai Sport. «In verità vi dico: uno di voi mi tradirà» ha scritto l’ormai ex direttore, accompagnando il post con l’immagine di un affresco, quasi a voler suggellare un passaggio di consegne che di sacrale, però, ha avuto ben poco, intriso com’era di corse di agenzia, comunicati ufficiali dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi e una redazione che, dopo averne proclamato lo sciopero delle firme, alla fine ha tirato un sospiro di sollievo collettivo, quasi un liberatoria. La sensazione diffusa tra chi quei corridoi li percorre ogni giorno è che, più che dimissionario, Petrecca sia stato piuttosto "dimissionato", per usare un termine in voga nelle cronache aziendali, costretto a gettare la spugna con una decorrenza fissata per la fine dei Giochi ma comunicata con largo anticipo, probabilmente per evitare che le scorie della vicenda avvelenassero ulteriormente la macchina Rai proprio mentre si affacciavano all’orizzonte due appuntamenti delicati come il Festival di Sanremo e la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, che qualcun altro, cioè Auro Bulbarelli, si troverà ora a commentare al posto suo.
Sul chi sia effettivamente il Giuda della situazione, però, le voci che si rincorrono dentro l’azienda sono tante e contrastanti, e nessuna, al momento, ha la forza di trasformarsi in una verità processuale. Qualcuno, tra i cronisti che seguono le dinamiche di Viale Mazzini, punta il dito contro i colleghi più stretti di Petrecca, quelli che avrebbero potuto prenderne le difese dopo la valanga di critiche piovutegli addosso per una telecronaca d’apertura costellata di errori marchiani — dalla sede della cerimonia, scambiata con il solito Stadio Olimpico, all’identificazione di Matilda De Angelis con Mariah Carey — e che invece avrebbero fatto muro, lasciandolo solo di fronte all’opinione pubblica e ai vertici. Altri, invece, allargano il tiro e guardano piuttosto alla politica, e in particolare a quella destra di cui Petrecca è espressione da sempre, che pure lo aveva sostenuto e piazzato su quella poltrona ma che, di fronte a una figura mediatica ormai divenuta ingestibile, ha preferito non esporsi, giudicandolo di fatto indifendibile e sacrificandolo per salvaguardare equilibri più alti e complessi, in un momento in cui il governo cerca di mantenere un certo controllo su una Rai che l’opposizione continua a ribattezzare con ironia "Telemeloni".
Iacopo Volpi e la lezione di una telecronaca che non si improvvisa
A gettare ulteriore luce sulla vicenda, pur senza voler entrare nel merito specifico della gestione Petrecca, è arrivata nei giorni scorsi la voce pacata ma autorevole di Iacopo Volpi, il direttore che fino al dicembre del 2024 sedeva su quella stessa sedia e che, complice la pensione, ha lasciato il timone proprio a Petrecca. Volpi, classe 1957, una vita in Rai cominciata nel lontano 1982, le Olimpiadi di Milano-Cortina le ha seguite da spettatore, e non nasconde un pizzico di rimpianto per non esserci stato da protagonista, come invece sarebbe potuto accadere se avesse accettato di restare ancora qualche mese. Interpellato dal Corriere della Sera sulla débâcle del suo successore, Volpi si è trincerato dietro un garbato «non mi esprimo», salvo poi entrare nel vivo della questione tecnica, che è poi quella che più gli compete, con una considerazione secca e definitiva: «C’è stata tanta sottovalutazione. Per un evento del genere ci si prepara mesi prima». Lui, che di cerimonie olimpiche ne ha viste dieci, di cui sette seguite direttamente sul campo, non ha mai commentato un’apertura dei Giochi, e il motivo lo spiega con la semplicità di chi il mestiere lo conosce fino al midollo: non si improvvisa, bisogna partire almeno tre mesi prima, studiare, prepararsi, perché in quelle telecronache, come insegnavano le vecchie glorie come Tito Stagno o Paolo Rosi, bisogna saper parlare di tutto, di politica, economia, costume, e non solo di sport.
Volpi, che ha sempre fatto della squadra il suo punto di forza, ha poi elogiato il lavoro di chi, come Claudio Icardi e Franco Bragagna, in passato aveva svolto quel compito con eccellenza, e ha speso parole di stima per Bulbarelli, definito colto e preparato, l’uomo che ora dovrà riparare i cocci commentando la chiusura dei Giochi. Il consiglio che l’ex direttore dice di aver sempre dato ai suoi telecronisti è quello di non sentirsi mai i protagonisti della festa, di evitare di strafare perché l’entusiasmo, se non tenuto a freno, porta facilmente a sbagli di cui poi ci si pente amaramente. E su Petrecca, quando il giornalista gli chiede se la sua sia stata proprio una di quelle sbandate, Volpi sorride e si defila, ricordando di essere ancora un uomo Rai dentro, e quindi, per statuto, costretto al silenzio. Ma il messaggio, nella sua sostanza, è passato comunque chiaro e inequivocabile, consegnando alle cronache una fotografia nitida di ciò che non ha funzionato e forse, chissà, alimentando in chi legge il dubbio che se una macchina così complessa si inceppa, la responsabilità non sia mai soltanto di un singolo anello della catena.
Il dopo Petrecca e l’interregno di Lollobrigida in una Rai sempre fluida
Nel frattempo, la macchina Rai, con quella capacità di adattamento che solo le grandi burocrazie possiedono, ha già cominciato a muoversi per tamponare la falla e ripartire. Al posto di Petrecca, almeno in via temporanea e fino a nuove disposizioni, siederà Marco Lollobrigida, già vicedirettore della testata e figura di area Fratelli d’Italia come il suo predecessore, ma con una differenza sostanziale, e cioè la stima, quasi un’investitura popolare, da parte della redazione che per settimane aveva contestato Petrecca. Lollobrigida, alla sua prima uscita pubblica dopo la nomina, ha risposto con un laconico «non posso parlare, devo chiedere l’autorizzazione all’azienda», incassando comunque l’abbraccio e l’incoraggiamento del presidente del Coni, quasi a voler simbolicamente ricucire lo strappo tra il servizio pubblico e il mondo dello sport che la vicenda aveva contribuito ad allargare. La redazione, intanto, ha sospeso la protesta e lo sciopero delle firme, ma ha subito chiesto un incontro con l’ad Rossi per avere garanzie sul futuro, perché la richiesta di una guida capace, autorevole e all’altezza del compito di servizio pubblico, resta intatta e anzi si fa più pressante in vista degli appuntamenti internazionali che attendono la testata.
La sensazione, passeggiando per i corridoi dei palazzi di Teulada e di Saxa Rubra, è che questa vicenda abbia aperto una fase di turbolenza che andrà ben oltre la singola sostituzione, e che il valzer delle poltrone, come sempre accade in Rai quando si avvicinano scadenze importanti, potrebbe presto coinvolgere altre direzioni e altri ruoli, in un gioco di incastri e spostamenti che mescola ambizioni personali, equilibri politici e valutazioni professionali. C’è chi scommette che Petrecca non rimarrà a lungo in panchina, perché la Rai, nonostante tutto, è una madre che non abbandona mai i suoi figli, e che qualche casella, magari una direzione meno esposta come le Relazioni Internazionali o un corrispondente estero a Bruxelles, potrebbe presto liberarsi per lui. Ma per ora, mentre le Olimpiadi volgono al termine e Sanremo si avvicina, l’unica certezza è che il fantasma del traditore evocato dal Vangelo continuerà a ossessionare i sonni di qualcuno, e che la caccia, dentro e fuori l’azienda, è tutt’altro che conclusa.




