Calderoli definisce la montagna, le regioni temono il ridimensionamento
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Redazione Interno
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Nel contesto dei panel tecnici che animano a Cortina la Giornata Internazionale della Montagna, il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie Roberto Calderoli ha sciolto una delle più annose riserve della geografia amministrativa italiana, annunciando la definitiva messa a punto dei criteri che stabiliranno, una volta per tutte, cosa si intenda per comune montano. "Sono pronti i criteri per la classificazione dei Comuni montani che, in buona sostanza, andranno a identificare cosa vuol dire ‘montagna’ in Italia", ha dichiarato il ministro, il quale, nel corso di un dialogo con il presidente del Collegio Nazionale Maestri di Sci Luigi Borgo, ha presentato l'operato del governo come un punto di arrivo fondamentale per le cosiddette Terre alte. Una definizione, quella attesa da decenni, che si fonda – secondo quanto dichiarato – su "principi chiari e oggettivi", sebbene i dettagli tecnici non siano stati ancora resi pubblici in via ufficiale.
Le critiche dal mondo politico: la Liguria e l'Appennino a rischio
L'annuncio, per quanto presentato come una chiarificazione necessaria, non ha tardato a sollevare reazioni preoccupate da parte di esponenti politici di diverse regioni, i quali paventano un consistente ridimensionamento delle aree attualmente considerate montane. La vicepresidente del gruppo Pd alla Camera Valentina Ghio e il segretario del Pd ligure Davide Natale hanno parlato, in una nota congiunta, di un "colpo pesantissimo anche per la Liguria", esprimendo timori che vanno ben oltre i confini di una singola regione. Le loro parole, durissime, accusano l'esecutivo di "girare le spalle ai territori che necessitano di maggiori tutele e attenzione", denunciando come la nuova classificazione rischi di privare numerose comunità degli strumenti di sostegno finora garantiti proprio in virtù della qualifica di montanità.
I parametri rigidi e il caso emblematico della Toscana
La legge di revisione, approvata recentemente, introduce infatti parametri che si discostano dalla precedente valutazione più ampia, basandosi essenzialmente su elementi morfologici come l'altitudine media e la pendenza del territorio. È proprio questa rigidità, secondo il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, a costituire il pericolo maggiore per vaste zone dell'Appennino. Giani ha lanciato un monito preciso, sostenendo che la nuova normativa "penalizza l'Appennino e compromette il riconoscimento di forme di tutela" per territori che già si misurano, nella quotidianità, con difficoltà strutturali e spopolamento. Il timore è che intere aree, storicamente considerate montane per le loro condizioni socioeconomiche più che per i puri dati altimetrici, possano vedersi declassate, con conseguenti tagli ai finanziamenti e alle misure di agevolazione.
Una riforma dagli effetti ancora da decifrare
La questione, che trascende la mera definizione cartografica per investire direttamente le politiche di sviluppo e coesione territoriale, si presenta dunque come un terreno di scontro tra l'esigenza di uniformità nazionale espressa dal governo e la difesa delle specificità locali portata avanti dalle regioni. Mentre a Cortina si discuteva di futuro per le aree interne, l'annuncio di Calderoli ha di fatto aperto un capitolo delicatissimo, il cui esatto impatto si misurerà solo quando l'applicazione concreta dei nuovi criteri andrà a tracciare il perimetro della "nuova" montagna italiana, con inevitabili ripercussioni su servizi, incentivi e pianificazione. La partita, ora, si gioca tutta sull'interpretazione di quei numeri e su quelle soglie che decideranno le sorti di paesi e valli.




