Professori contro la legge montagna di Calderoli, i nodi irrisolti sui criteri
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Cento docenti universitari hanno firmato un appello indirizzato al ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli, per contestare apertamente i nuovi criteri di classificazione dei comuni montani contenuti nella sua riforma, da loro giudicati iniqui e potenzialmente divisivi. La legge, approvata dal Parlamento dopo un lungo iter, disciplinando settori cruciali come la sanità e la scuola, oltre alla valorizzazione dei pascoli, stabilisce infatti che entro novanta giorni dalla sua entrata in vigore debbano essere definiti, con un decreto del presidente del Consiglio, i parametri per identificare le zone montane e l'elenco ufficiale dei comuni che ne fanno parte. Una scadenza, quest'ultima, già oggetto di rinvii concessi alle Regioni, le quali, nella Conferenza Unificata, non sono riuscite a trovare un’intesa, costringendo il ministro a fissare un termine perentorio.
Il rischio concreto di una riduzione drastica
Le preoccupazioni degli accademici, che denunciano anche la carenza di fondi dedicati all'adattamento climatico e l'assenza di una governance strutturata per le terre alte, non sono teoriche ma trovano un riscontro immediato nelle valutazioni delle amministrazioni locali. In Toscana, ad esempio, è stata approvata una mozione, sottoscritta da tutte le forze di maggioranza, che mette in guardia dalle conseguenze dell’applicazione del decreto così com’è concepito. Secondo le stime regionali, circa la metà dei comuni montani toscani rischierebbe di perdere questo status, con ripercussioni pesantissime sul piano degli strumenti di sostegno e delle politiche di sviluppo. Un scenario che, se esteso a livello nazionale, come temono i firmatari dell'appello, rischia di creare una pericolosa frattura tra una montagna di serie A e una di serie B, ampliando ulteriormente il divario tra territori già fragili.
Le critiche al cuore tecnico della riforma
Al di là delle polemiche politiche, che da mesi percorrono l’Italia da Nord a Sud, il nodo centrale rimane la bontà scientifica dei parametri scelti per disegnare la nuova mappa della montagna italiana. I professori, con il loro intervento collettivo, puntano il dito proprio sull’impianto tecnico della riforma, ritenendo che i criteri proposti siano non solo inadeguati a cogliere la complessa realtà morfologica e socio-economica di molti territori, ma anche ingiusti nel loro meccanismo selettivo. La legge, che pure affronta temi importanti come la tutela dei rifugi, secondo i critici pecca dunque nell’approccio fondativo, quello che decide chi ha diritto agli aiuti e alle tutele riservate alle zone disagiate e chi, invece, ne viene escluso, con un effetto di disgregazione che potrebbe rivelarsi irreparabile.
L’assenza di una visione strategica
Ciò che emerge con forza dalla presa di posizione dei cento accademici è, in definitiva, la denuncia di una visione miope. La riforma, secondo loro, si concentrerebbe su una ridistribuzione – e forse una contrazione – delle aree beneficiarie, senza però accompagnare questa operazione con un pensiero strategico di lungo periodo per il futuro delle terre alte. Manca, nelle loro parole, un’idea chiara su come governare in modo organico quelle zone, su come sostenerne la residenzialità e la capacità produttiva in un’epoca di mutamenti climatici rapidi, ai quali il testo dedica scarsissima attenzione. La polemica, quindi, travalica la semplice disputa sui confini amministrativi e tocca il tema, ben più profondo, di quale modello di sviluppo si intenda perseguire per le aree interne del Paese, lasciando in sospeso interrogativi cruciali ai quali la politica dovrà prima o poi rispondere.




