Bologna saluta Giovanni, il silenzio del Righi e le note dei Radiohead
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Redazione Interno
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Davanti al liceo Righi, dove il brusio della ripresa delle lezioni sembra voler coprire un vuoto improvviso, l'assenza di Giovanni Tamburi si fa materia tangibile, un peso che grava sulle spalle di chi, tra un appuntamento per il pomeriggio e un commento sulle verifiche, sa che un banco, quell'anno, resterà inspiegabilmente vuoto. La normalità, in questi casi, è una finzione collettiva, un tentativo di procedere nonostante la frattura, mentre la città intera, stringendosi attorno alla famiglia, ha scelto di fermarsi nella cattedrale di San Pietro, gremita all'inverosimile da un'intera generazione che ha visto svanire uno dei propri sogni nel rogo di Capodanno a Crans-Montana. La musica, in quel contesto, ha scavalcato le parole, diventando l'unico linguaggio possibile per esprimere uno strappo così profondo: le note di "Fake Plastic Trees" dei Radiohead, brano preferito del sedicenne, hanno accompagnato l'uscita della bara di legno chiaro, ricoperta di fiori bianchi, in un addio collettivo che ha unito il dolore privato di un padre al cordoglio pubblico di una moltitudine.
Una cattedrale che non basta
All'interno del duomo, dove le istituzioni – dal sindaco Matteo Lepore al presidente della Regione Michele de Pascale, dalla ministra Annamaria Bernini alla sottosegretaria Lucia Borgonzoni – si sono mescolate alla folla dei giovani, il cardinale Matteo Zuppi ha provato a dare un nome a quel sentire smarrito, indicando nell'amore, nonostante tutto, l'unica risposta credibile al male che irrompe e spezza le esistenze. “Siamo fatti per vivere”, ha ricordato, mentre la sua omelia cercava di colmare, almeno per un attimo, l'assenza scavata da quelle date, implacabili, stampate sul retro del santino funebre. Quel ritratto, lo stesso diffuso nei giorni della disperata ricerca, ha fissato per l'ultima volta i lineamenti di "Gio", un ragazzo i cui progetti, come ricordato dai raccunti, erano intrecciati al sogno di una moto e alla presenza di una ragazza, elementi di una normalità adolescenziale brutalmente interrotta.
Il ricordo che unisce i compagni
I compagni di scuola, quelli che ora si ritrovano nel cortile del Righi a soppesare un lutto che va oltre la loro esperienza, hanno tradotto il loro smarrimento in una lettera, parole scritte per dire l'indicibile e consegnare al rito ciò che altrimenti sarebbe rimasto sospeso in un silenzio troppo doloroso. Le loro voci, insieme a quella spezzata del padre – “sono morto con te” – hanno definito i contorni di una tragedia che, partita dalla cronaca nera di una località sciistica svizzera, è approdata nel cuore di Bologna, trasformando una vicenda di cronaca in un fatto intimo per migliaia di persone. La giustizia, da parte sua, dovrà fare il suo corso, accertando responsabilità e dinamiche in quel luogo della vacanza diventato, in poche ore, scenario di morte; ma oggi, in questa piazza, contano solo i sedici anni vissuti e il futuro negato.
Il dopo, tra la scuola e la città
Ora, mentre i fiori ai cancelli della scuola cominceranno ad appassire, ciò che resta è il compito di elaborare una perdita che non è solo privata ma collettiva, un lutto di una intera città che si riconosce nei sogni spezzati di un suo giovane cittadino. La musica che ha chiuso la cerimonia, quella dei Radiohead, non era un sottofondo casuale ma una scelta precisa, un frammento di identità restituito a Giovanni, quasi a suggellare il patto tra i vivi e chi se n'è andato: la memoria, che passa anche attraverso le canzoni ascoltate insieme, diventa il ponte per continuare a sentirne la mancanza senza esserne sopraffatti, per tenere vivo, in qualche modo, il suono di una risata che non risuonerà più tra i banchi.




