I Radiohead a Bologna, un ritorno che chiude il cerchio
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Mancava solo il tramonto infuocato di otto anni fa, un’immagine che molti, tra la folla in attesa, ricordavano con nitidezza, ma l’incantesimo si è ripetuto uguale, se non più potente, sotto il cielo di Casalecchio di Reno. I Radiohead, nel loro primo appuntamento bolognese all’Unipol Arena, hanno costruito una performance che, abbandonando le vecchie ritrosie, ha abbracciato senza riserve l’intero percorso della band, un viaggio sonoro che ormai supera i trent’anni. Thom Yorke e i suoi, i quali in passato hanno spesso sfuggito i loro successi più celebri, hanno invece imbastito una scaletta pensata per accontentare chi, in quelle note, ha cresciuto le proprie disillusioni e le proprie speranze, trovandovi una colonna sonora perfetta per un’epoca priva di punti di riferimento certi. Il suono, che ha innervato il rock con le sperimentazioni elettroniche partite negli anni Novanta, ha ritrovato tutta la sua potenza evocativa, trasportando i sessantamila spettatori attesi nelle quattro serate in una dimensione altra, sospesa tra il passato e un presente che finalmente li riabbraccia.
La struttura del concerto, tra classici e sorprese
La serata si è aperta con l’assalto distopico di “2 + 2 = 5”, un inizio che non concedeva tregua e che ha subito chiarito le intenzioni del gruppo: non una semplice rievocazione, ma un’esperienza totalizzante. Il ritmo serrato ha proseguito con l’incidente automobilistico esistenziale di “Airbag”, per poi tuffarsi in brani come “Jigsaw Falling Into Place” e “Ful Stop”, che hanno dimostrato come il loro linguaggio musicale, complesso e ricco di sfumature, resti di un’attualità sconcertante. La prima parte del concerto, la quale ha incluso anche momenti di pura malinconia come “Nude” e “No Surprises”, ha offerto un equilibrio studiato tra l’energia cinetica e l’introspezione più profonda, regalando al pubblico alcune delle perle più amate del loro repertorio, che molti hanno aspettato anni per ascoltare dal vivo.
Il cuore della performance e il dialogo con il pubblico
È stato nel cuore dello spettacolo che la band ha dispiegato tutta la sua maestria, proponendo sequenze di brani che hanno toccato diverse fasi della loro produzione. L’ipnotico “Pyramid Song”, con il suo tempo oscillante, ha creato un momento di sospensione collettiva, mentre l’invettiva politica di “You and Whose Army?” ha acquistato una rinnovata carica. I momenti più ritmici e ossessivi, come “Idioteque” e “Myxomatosis”, hanno scatenato la reazione del pubblico, il quale, sebbene assorto nell’ascolto, non ha mai perso l’occasione di cantare ogni singola parola, mostrando una conoscenza viscerale di testi che sono diventati veri e propri inni generazionali. La chiusura della parte principale con “There, There” e “Street Spirit (Fade Out)” ha suggellato un percorso emotivo intenso, lasciando nell’aria una domanda sulle sorprese che potessero riservare le bis.
Il bis, un epilogo da incorniciare
Il ritorno sul palco per i fuori programma è stato accolto da un’ovazione che sembrava non volersi spegnere, e la band ha risposto con una selezione che ha deliziato gli appassionati. Hanno riaperto le danze con “Let Down”, un brano la cui esecuzione live è sempre stata un oggetto di desiderio per i fan più accaniti, per poi tuffarsi nella trance marina di “Weird Fishes/Arpeggi”. Il bis, che includeva anche “Present Tense” e l’incalzante “The Daily Mail”, ha trovato il suo apice nell’esecuzione di “Paranoid Android”, un pezzo epico e multiforme che ha riassunto in pochi minuti tutta la genialità compositiva del gruppo. La serata si è infine conclusa con le note elettroniche e rassicuranti di “Everything in Its Right Place”, una dichiarazione di intenti che suonava come un perfetto riassunto per una reunion tanto attesa e perfettamente riuscita, un cerchio che finalmente si chiudeva dopo sette anni di silenzio.




