Achille Polonara: «vivo alla giornata ma sto bene, il peggio è passato»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La sua voce è ferma, il tono pacato, mentre racconta quella che definisce, senza enfasi, «la partita più difficile», combattuta lontano dai riflettori e dal parquet. Achille Polonara, il gigante dal tratto gentile, ha affrontato un avversario invisibile e insidioso, la leucemia mieloide acuta, che a maggio scorso ha interrotto la sua carriera imponendogli un percorso di cure tanto durissimo quanto necessario. Oggi, ospite in televisione, può affermare con un realismo carico di speranza: «Oggi sto bene, il peggio è passato». Una dichiarazione che, nella sua semplicità, racchiude mesi di angoscia, lotta e una resilienza straordinaria, sostenuta dal calore di una famiglia che non lo ha mai lasciato solo, neppure un secondo.
La battaglia nell'ombra e il sostegno della famiglia
Accanto a lui, durante la testimonianza, c'erano la moglie Erika e i due figli, Vittoria e Achille Jr., pilastri di un equilibrio ritrovato dopo la tempesta. «Grazie alla mia famiglia sto passando delle belle feste», ha sottolineato il cestista, riconoscendo in quel nucleo affettivo la fonte primaria della sua forza. Una forza reciproca, del resto, perché se i figli gli hanno dato coraggio, lui ha dovuto trovarne ancor di più per loro quando, dopo il trapianto di midollo osseo del 25 settembre, le cose hanno preso una piega ancor più critica. La malattia, che ora è in remissione, ha infatti conosciuto un episodio drammatico nel suo percorso di cura, quando Polonara è entrato in coma per alcuni giorni. Un momento di buio assoluto, di cui oggi conserva solo frammenti confusi, ma che per chi gli stava accanto rappresentò l'apice della paura.
Il coma e il risveglio: «alla fine mi ha ascoltata»
«Quando è entrato in coma, pensavo fosse morto», ha raccontato Erika Bufano, rievocando con parole asciutte il terrore di quella telefonata ricevuta il 16 ottobre. In quelle giornate di attesa angosciosa, non ha mai smesso di parlargli, di aggrapparsi alla speranza che la sua voce potesse in qualche modo farsi strada attraverso l'incoscienza. «Ogni giorno parlavo con lui, alla fine mi ha ascoltata e ha riaperto gli occhi», ha spiegato, descrivendo un risveglio che ha il sapore di una vittoria conquistata centimetro dopo centimetro. Per Polonara, il ritorno alla lucidità non fu immediato: i primi momenti furono segnati da una disorientante amnesia, tanto che, come ha rivelato, non riconosceva immediatamente i volti dei suoi stessi figli. Un dettaglio che misura l'impatto profondo di quell'esperienza sul suo e sulla sua mente.
Il ringraziamento alla donatrice e il miracolo del midollo
Oltre alla famiglia, un altro ringraziamento va a una persona sconosciuta ma fondamentale: la donatrice di midollo osseo che ha reso possibile il trapianto. «Grazie a lei sono ancora qui. È quasi un miracolo», ha affermato Polonara, sottolineando l'importanza vitale del gesto della donazione. Quel midollo, ricevuto da un estraneo, è stato la chiave per riaccendere la sua possibilità di un futuro, permettendogli di avviarsi verso la remissione. Oggi, il cestista vive «alla giornata», affrontando con pragmatismo una convivenza con la malattia che richiede controlli e attenzione costanti, ma guardando avanti con uno spirito diverso, purificato dalla prova. La sua storia, oltre a essere un resoconto di sofferenza e coraggio, si trasforma così anche in un potente messaggio sulla solidarietà umana e sull'efficacia concreta della scienza, quando è sorretta dalla generosità di chi decide di donare una parte di sé.




