La 'lista stupri' del Giulio Cesare, una ferita che il liceo non cancella

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sul muro di piazza Trasimeno, alle spalle del colonnato d'ingresso del liceo classico Giulio Cesare, un lenzuolo teso dagli studenti si è progressivamente ricoperto di impronte viola, ciascuna delle quali rappresenta una testimonianza di sdegno e una promessa di non dimenticare. L'installazione, visibile e potente, è la risposta corale all'emersione, all'interno di un bagno maschile dell'istituto, di quella che è stata immediatamente battezzata come la "lista stupri", un epiteto agghiacciante per una scritta che, vergata in rosso a stampatello sulle mattonelle bianche, elencava i nomi di otto studentesse. La scoperta, opera di un alunno che ha prontamente provveduto a cancellare i nomi per limitare i danni, ha scatenato una reazione che va ben al di là della semplice protesta momentanea, trasformandosi in un'assemblea straordinaria dove oltre trenta ragazzi hanno chiesto di intervenire, a cui si sono uniti, lasciando a loro volta la propria impronta, molti altri e diversi docenti, segno di un malessere profondo che attraversa l'intero Corpo scolastico.

La richiesta delle famiglie e il vuoto da colmare

M. T., madre di due delle ragazze il cui nome è apparso in quella lista, parla con una rabbia trattenuta ma ferma, chiedendo che la scuola, dopo un episodio di tale gravità, si attivi concretamente per scongiurare il ripetersi di simili azioni. La sua richiesta, che condivide con le altre famiglie coinvolte, si concentra sulla necessità impellente di istituire corsi di educazione sessuale e affettiva, indirizzati a tutti gli studenti ma con un'attenzione particolare proprio verso i ragazzi, coloro dai quali, in questo caso specifico, è partito il messaggio di violenza. È la ricerca di uno strumento educativo che vada a colmare un vuoto, quello di una formazione che non si limiti ai programmi curriculari ma che educhi al rispetto delle persone e delle relazioni, considerando l'episodio non come una bravata isolata bensì come il sintomo di una cultura distorta che necessita di essere radicalmente corretta.

L'umiliazione nella scuola dei "amori sui banchi"

C'è una beffa crudele nel fatto che un gesto così vile sia avvenuto tra le mura del liceo reso celebre dalla canzone di Antonello Venditti, che ne ha cantato gli amori nati sui banchi, un'immagine idilliaca che stride violentemente con la realtà dei fatti. Quella "mano maschile", come è stata definita, che ha tracciato i nomi non ha voluto solo compiere uno scherno, ma ha inteso ferire, intimidire e umiliare profondamente le giovani coinvolte, trasformando un luogo di crescita e socialità in un palcoscenico di minaccia. L'atto, nella sua semplicità e brutalità, ha lacerato il tessuto di fiducia della scuola, ponendo interrogativi urgenti sul clima che si respira al suo interno e su quali dinamiche, spesso sommerse, possano condurre a simili manifestazioni di odio e disprezzo.

Oltre la mobilitazione occasionale

La reazione immediata della scuola, seppur importante, viene percepita da molti come insufficiente. La scritta, come un monito, sembra suggerire che non basterà un solo giorno di mobilitazione, né una settimana o un mese, per estirpare il problema alla radice. Non saranno sufficienti, da sole, le luci rosse proiettate sulla facciata delle istituzioni per simboleggiare l'allarme, così come non lo saranno i discorsi ufficiali, i seminari organizzati per l'occasione o le manifestazioni di piazza. L'episodio del Giulio Cesare, che riecheggia in un quartiere già narrato per le sue complessità, impone una riflessione più lunga e strutturata, un impegno costante che vada oltre la contingenza e che si ponga l'obiettivo di un cambiamento culturale duraturo, il solo in grado di impedire che il silenzio, o una reazione troppo debole, possano essere interpretati come un pericoloso segnale di impunità.

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