Crepet, la lista degli stupri al liceo Giulio Cesare e la questione del "vero scandalo"
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Redazione Interno
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La comparsa, nei bagni del liceo classico Giulio Cesare di Roma, di una scritta a pennarello rosso che, sotto la dicitura "lista degli stupri", elencava nomi e cognomi di otto studentesse e uno studente ha scatenato un dibattito che travalica i confini dell’istituto, investendo temi spinosi come la violenza di genere, le dinamiche del branco e le responsabilità educative. Per lo psichiatra Paolo Crepet, la quale ha dichiarato che "da lì non mi sono più fermata" riferendosi alla sua attenzione costante su questi fenomeni, l’episodio non costituisce una novità assoluta, bensì l’ennesimo segnale di un malessere profondo che affonda le radici nel tessuto sociale; il vero punto interrogativo, quindi, ruota attorno a ciò che lui stesso definisce il "vero scandalo" della vicenda, che non si esaurirebbe nell’atto vandalico in sé ma in tutto ciò che lo precede e lo circonda.
La reazione dell'istituzione e lo scetticismo degli studenti
La dirigente scolastica, Paola Senesi, dopo aver sporto denuncia in Questura, ha difeso l’operato del liceo, sottolineando come l’istituto sia "sempre impegnato nella proposta condivisa di iniziative miranti a incrementare un reciproco rispetto tra uomo e donna e a contrastare ogni forma di violenza". Tanto che, in un passaggio della sua nota, ha ipotizzato una connessione paradossale, suggerendo che "forse la scritta è proprio reazione alle iniziative del Liceo contro violenza", quasi a voler leggere il gesto come una risposta provocatoria a un impegno percepito come oppressivo. Una lettura che, però, non ha convinto i rappresentanti d’istituto, i quali hanno espresso scetticismo, osservando come, a loro avviso, la priorità della dirigenza sia stata "quella di proteggere l’immagine dell’istituto più che di affrontare le difficoltà" concrete emerse tra i banchi e nei corridoi.
Le indagini e la pista dell'istigazione
Nel frattempo, le indagini dei carabinieri del Nucleo Operativo e del Reparto Investigativo di Roma hanno fatto rapidi progressi, portando all’identificazione di quello che viene considerato l’autore materiale della scritta: un quattordicenne del quarto ginnasio, descritto come uno studente fragile e con note difficoltà comportamentali. Gli investigatori, tuttavia, ritengono che il gesto del ragazzo non sia stato né autonomo né nato da una sua iniziativa personale; al contrario, il giovane sarebbe stato spinto e istigato da alcuni compagni più grandi, i quali lo avrebbero incoraggiato a vergare sul muro quell’elenco di nomi, tutti riconducibili a coetanei particolarmente attivi nella rappresentanza studentesca e nelle iniziative politiche della scuola. Una dinamica, questa, che se confermata, sposterebbe il focus dalla mera azione vandalica a un più complesso quadro di pressioni psicologiche e di dinamiche di gruppo degenerate.
La lettera dei genitori e il peso delle parole
Alla veemenza del gesto hanno risposto, in modo diverso, anche alcuni genitori. Due di loro, infatti, hanno deciso di scrivere una lettera aperta, indirizzata proprio agli autori anonimi della lista. "A voi che avete scritto quei nomi sui muri", comincia il testo, che cerca di andare oltre l’indignazione immediata per interrogarsi sulle motivazioni e sulle conseguenze di un atto che, seppur rimosso dalle pareti, ha lasciato una traccia indelebile nell’animo di chi lo ha subito. La rabbia e lo sdegno, come scrivono, non si possono cancellare con una passata di vernice, perché quel messaggio ha un peso specifico, che colpisce l’identità e la reputazione delle persone nominate, esponendole a un giudizio pubblico infondato e gravissimo, in un ambiente, quello scolastico, che dovrebbe essere per definizione protettivo. La vicenda, insomma, continua a sollevare interrogativi che toccano la scuola nella sua interezza, come microcosmo di una società in cui la violenza, anche solo verbale o simbolica, trova ancora troppe forme di espressione e, a volte, persino di giustificazione.




