Monselice, la famiglia di Edoardo Zattin avvia una causa civile dopo i patteggiamenti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il capitolo penale si è chiuso, come noto, con tre sentenze di patteggiamento ormai irrevocabili, ma per i genitori di Edoardo Zattin, il diciottenne di Este morto nel febbraio del 2023 dopo un allenamento di boxe nella palestra Move di Monselice, la strada per ottenere giustizia – quantomeno sotto il profilo economico – è tutt’altro che terminata. La famiglia, assistita dagli avvocati Paola Rubini e Sara Baldon, ha infatti deciso di intraprendere un’azione civile per il risarcimento dei danni, citando non solo le tre persone fisiche che hanno già patteggiato la pena, ma anche le due associazioni sportive dilettantistiche che organizzavano e gestivano le sessioni di allenamento durante le quali il giovane perse la vita. Una scelta, quella della causa civile, obbligata dal momento che il rito alternativo del patteggiamento in sede penale, pur definendo la posizione degli imputati, non si occupa automaticamente dei ristori alle parti offese, demandando a un giudice diverso la quantificazione di un eventuale indennizzo.

Un vuoto investigativo che il processo penale non ha colmato

A rendere ancora più dolorosa la vicenda per i familiari, e particolarmente complessa la ricostruzione dei fatti, rimane un nodo cruciale mai sciolto: nonostante le indagini, coordinate dal pubblico ministero Maria D’Arpa, e le successive udienze, non è mai stato possibile individuare con certezza chi abbia materialmente sferrato il pugno che provocò al ragazzo la frattura della teca cranica e la conseguente emorragia cerebrale. Un mistero, questo, che il padre di Edoardo ha definito inaccettabile, sottolineando come nessuno dei presenti in palestra quella sera – istruttori e atleti – abbia mai fornito agli inquirenti una versione chiara e univoca di quanto accadde tra le 19.15 e le 19.25 di quel 22 febbraio. Il colpo, un violento gancio sinistro all’altezza dell’orecchio, venne incassato dal diciottenne durante uno sparring con un compagno di trentacinque anni, un esperto di arti marziali, ma le testimonianze raccolte si sono sempre rivelate elusive, se non contraddittorie.

Le posizioni dei tre imputati e le violazioni contestate

A patteggiare la pena, nelle settimane scorse davanti al gup di Padova, sono stati l’allenatore di boxe Simone Lazzarin, quarantotto anni di Rovigo, e i due allora legali rappresentanti della palestra Monselice, Luca Lunardi e Matteo Zenna, rispettivamente di trentasette e quarantanove anni. Per Lazzarin, responsabile dei corsi di pugilato organizzati dall’Asd Boxe Cavarzere e svolti nella succursale di Monselice, la pena concordata è stata di due anni, con il beneficio della sospensione; per Lunardi e Zenna, invece, la condanna patteggiata è stata di un anno, dieci mesi e venti giorni ciascuno, anch’essa sospesa. A tutti e tre la procura contesta, a vario Titolo, di aver concorso in omissioni e negligenze, in particolare per aver permesso a Zattin di salire sul ring e partecipare a sedute di sparring nonostante fosse in possesso della sola tessera per l’utilizzo dei pesi e della cultura fisica, e non del tesseramento obbligatorio alla Federazione Pugilistica Italiana che sola avrebbe consentito la pratica del pugilato. Una violazione dei regolamenti, questa, che secondo l’accusa è alla base della tragedia.

La nuova battaglia legale per accertare la verità

Ora, con l’avvio della causa civile, i genitori del ragazzo sperano di ottenere non solo un equo risarcimento per la morte del figlio, ma anche, forse, di far emergere finalmente particolari finora rimasti in ombra. In sede civile, infatti, le regole probatorie sono diverse e potrebbe essere possibile acquisire nuovi elementi o sentire nuovamente i testimoni, magari spingendo qualcuno a fare chiarezza su un punto che il procedimento penale ha lasciato in sospeso. L’udienza davanti al tribunale civile non è stata ancora calendarizzata, ma la richiesta formale è già stata depositata e la macchina giudiziaria si è rimessa in moto. Un acconto sul risarcimento, versato dalla compagnia assicurativa della palestra, era già stato erogato ai familiari, ma si è trattato, come precisato dalle difese, di un anticipo sul maggior danno che sarà ora quantificato. L’obiettivo dichiarato, con questa nuova azione legale, è duplice: ottenere giustizia sul piano economico, ma anche, e forse soprattutto, spingere chi sa a parlare, per dare un nome e un volto a chi, con un pugno, ha spezzato la vita di un ragazzo di soli diciotto anni.

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