La foto di Meloni con il camorrista e la controffensiva sulla potestà genitoriale ai boss
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Redazione Interno
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La settimana politica, già di per sé densa di tensioni, si è improvvisamente trovata deviata su un binario inedito e viscido, quello di un presunto legame tra la presidente del Consiglio e un esponente della criminalità organizzata. È di questi giorni, infatti, la diffusione di un selfie che ritrae Giorgia Meloni insieme a Gioacchino Amico, soggetto legato al clan Senese, e la successiva accusa – mossa dal programma televisivo “Report” – secondo cui lo scatto sarebbe autentico. Sigfrido Ranucci, alla guida della trasmissione, ha annunciato per la prossima domenica la messa in onda di prove inoppugnabili, tra cui un video, per dimostrare la genuinità dell’immagine, smentendo così le tesi di un presunto fotomontaggio che alcuni organi di stampa, riconducibili al gruppo dell’editore Angelucci, avevano cominciato a ventilare.
La premier, dal canto suo, ha rotto il silenzio con una dichiarazione netta, rilasciata ai margini di un evento ufficiale, nella quale ha rovesciato l’impostazione dell’attacco. “Contro di me – ha affermato – un’ennesima palata di fango infilata nel ventilatore da un’opposizione disperata”, un’opposizione che, a suo dire, costruirebbe “surreali teoremi” su una presunta vicinanza con la criminalità organizzata. Il riferimento esplicito, nella sua ricostruzione, è a una strumentalizzazione del tutto indebita: la tirata in ballo del padre, figura con la quale la premier dichiara di non aver avuto alcun rapporto da quando aveva undici anni e che, peraltro, è ormai deceduta. Nessuna concessione, quindi, a eventuali sensi di colpa o ripensamenti, ma una linea difensiva che trasforma l’accusa in un’occasione per ribadire la propria estraneità al mondo malavitoso.
La replica legislativa alla campagna di delegittimazione
L’aspetto forse più interessante della reazione di Meloni, però, non si esaurisce nella mera smentita personale. La presidente del Consiglio ha infatti agganciato la polemica a un’iniziativa concreta del governo, quasi a voler trasformare il fango in concime per nuove norme. “E intendiamo andare avanti – ha precisato – anche sulla proposta di legge a prima firma della presidente della commissione antimafia Colosimo per togliere la potestà genitoriale ai boss mafiosi”. In questo modo, la risposta agli avversari politici viene duplice: da un lato il sorriso, quasi a sottolineare la presunta debolezza delle accuse; dall’altro i fatti, con un provvedimento che colpirebbe uno dei pilastri del controllo familiare esercitato dalle cosche. Nessuna digressione, nel suo intervento, su eventuali tempistiche o dettagli tecnici della legge, ma la semplice rivendicazione di una linea dura che, nelle sue intenzioni, dovrebbe rendere palese l’assurdità di qualsiasi tentativo di accostare il suo nome a quello dei clan.
La controffensiva mediatica e l’ombra del gruppo Angelucci
Non si può comprendere appieno la vicenda, d’altra parte, senza considerare il sottotesto giornalistico che l’accompagna. La replica di Ranucci non è stata soltanto una difesa del proprio lavoro, ma un vero e proprio contrattacco: definendo “solita campagna di fango” quella messa in atto dai “giornali del gruppo del parlamentare di maggioranza Angelucci”, il conduttore di “Report” ha gettato luce su quella che considera una manovra orchestrata per delegittimare la fonte dell’inchiesta. L’accusa di aver diffuso il sospetto di un fotomontaggio, e di aver fatto circolare la voce di una provenienza da fonti inquirenti senza riscontri, diventa così il terreno di uno scontro che non è più solo politico ma squisitamente editoriale. Dalla sua, Meloni non ha commentato direttamente la querelle tra Ranucci e il gruppo Angelucci, limitandosi a incassare il colpo e a rispondere con il già citato annuncio legislativo.
L’assenza del padre e la narrazione di un’estraneità totale
Torna, in questo quadro, il motivo familiare che la premier ha deciso di mettere al centro della propria autodifesa. La sottolineatura – ripetuta con variazioni minime nel corso della stessa dichiarazione – secondo cui il padre “non lo vedo da quando avevo undici anni” e che “è morto” serve a troncare sul nascere qualsiasi ricostruzione che provi a ipotizzare un’influenza, anche indiretta, esercitata su di lei. Una scelta retorica precisa, questa, perché evita di entrare nel merito delle frequentazioni paterne e sposta l’attenzione sulla cesura netta, avvenuta nell’infanzia, con quella figura. La “palata di fango” di cui parla Meloni, insomma, viene respinta al mittente non con un’analisi politica della vicenda, ma con un atto di testimonianza personale: non ci sono agganci, non ci sono complicità, non c’è nemmeno un ricordo da gestire. Resta, sullo sfondo, la data del 9 aprile 2026 come momento di questa ennesima scaramuccia tra Palazzo Chigi e chi, dall’opposizione o dal giornalismo d’inchiesta, prova a scalfire l’immagine pubblica della leader di Fratelli d’Italia.




