Sorelle ritrovate, la sentenza sulla potestà genitoriale: “Così la madre manipolava le figlie”
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Redazione Interno
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CIVITELLA ALFEDENA (L’Aquila) – È la porta-finestra da dove le due sorelle, di 12 e 16 anni, sono uscite alle due di notte, mentre gli educatori dormivano. Domenica 7 giugno, la serratura non teneva più, e per loro è stato facile allontanarsi lungo il breve sentiero in discesa che arriva al corso centrale; poi, trecento metri in leggera salita, fino a raggiungere Piazza Plebiscito. Da lì, la traccia si perdeva, fino al ritrovamento a casa di una zia materna a Formia, dove le minorenni sono state infine localizzate.
La ricostruzione della fuga e il ruolo della zia
Maria Sofia Di Russo, l’ottantenne che vive sola al quarto piano di una palazzina nella zona popolare di Formia, in provincia di Latina, ha raccontato di aver ricevuto una chiamata nella mattina del 6 giugno: "Cosa avrei dovuto fare? Sabato mattina mi ha chiamata la loro madre. 'Posso portare le bambine?' Così mi ha detto. Ho pensato che fosse per farmi compagnia e invece ora è tutto un pasticcio".
La donna, che ha accolto le nipoti, ha dichiarato di non essere pentita, ma le sue parole si scontrano con il quadro delineato dagli inquirenti, secondo cui l'allontanamento non sarebbe stato un semplice gesto d'affetto, bensì un atto pianificato.
Gli arresti e le accuse di sequestro
Oltre alla madre Valentina D'Acunto, sono finiti in manette il padre Marco e il compagno della donna, Vincenzo Esposito, rispettivamente di 62 e 46 anni. I due uomini, ora in isolamento e sorvegliati a vista nel carcere di Sulmona, risultano increduli per l'arresto, così come riferito da fonti vicine all'indagine. Insieme alla madre delle bambine, sono accusati di sequestro di persona aggravato in concorso, ma le indagini hanno portato a ipotizzare il coinvolgimento di «altre persone in via di identificazione» che avrebbero contribuito a privare della libertà personale le due ragazzine.
L'accusa, dunque, non si ferma al nucleo familiare ristretto, ma si allarga a una rete di complicità che avrebbe agevolato la sottrazione delle minori dalla comunità.
La sentenza sulla potestà genitoriale
Il tribunale, nella sentenza che ha fatto luce sulla vicenda, ha messo in evidenza un aspetto che va oltre la mera sottrazione fisica. I giudici hanno parlato di una vera e propria attività di manipolazione psicologica esercitata dalla madre nei confronti delle figlie, tanto da minare la serenità e il giudizio delle adolescenti. La potestà genitoriale, in questo contesto, è stata utilizzata non come strumento di cura e protezione, ma come leva per condizionare la volontà delle minori, spingendole verso una fuga notturna che le esponeva a rischi non indifferenti.
I legali della madre hanno tentato di difendere la posizione dell'assistita sostenendo di non essere a conoscenza delle menzogne, ma la ricostruzione dei fatti, basata su elementi raccolti durante le indagini, dipinge un quadro diverso.




