Sorelle ritrovate, la videochiamata della madre tradisce il nascondiglio: “Un amore malato”
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Redazione Interno
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La madre, ora in carcere a Teramo, aveva organizzato tutto nei minimi dettagli: dieci schede telefoniche acquistate a Napoli e intestate a un cittadino pakistano, un telefono nascosto nel cartone di un panettone, un appartamento popolare a Formia scelto come rifugio per due ragazze che non dovevano essere trovate. Eppure, domenica mattina, Valentina D’Acunto non ha resistito. Ha aperto una videochiamata con le figlie, nascoste nella cameretta della zia ottantenne. Chiuso il contatto, avrebbe detto che in cuor suo le ragazze «erano morte».
Bugia fatale: quella telefonata, intercettata, ha dato agli inquirenti la certezza che Alisya e Sarah Di Giacinto, di 16 e 12 anni, erano al quarto piano di quel palazzo Ater in località Rio Fresco-Scacciagalline, a sud di Formia.
Un’impresa familiare e l’errore di Valentina
Per quindici giorni le due sorelle hanno vissuto segregate in una camera da letto, senza mai uscire, con l’unica concessione della televisione. Condividevano un lettone matrimoniale in una stanza stipata di vestiti, lenzuola e scarpe, vegliate da una statua di Padre Pio. Nella stanza accanto, buste della spesa con alimenti specifici per la più piccola, che è celiaca. «Erano segregate – ha puntualizzato il procuratore di Sulmona, Luciano D’Angelo – non potevano uscire né aprire le persiane».
A fornire il telefono con la sim intestata a un cittadino pakistano, nascosto nel cartone di un panettone, era stata la madre, che secondo gli inquirenti aveva pianificato da tempo la fuga dalla casa famiglia di Civitella Alfedena. È stato proprio quel bisogno di mantenere il controllo a tradirla: «Tra i tanti difetti della mamma – ha detto D’Angelo – c’era anche quello di mantenere il controllo. Non poteva rimanere giorni e giorni senza contattare le figlie».
La fuga nella notte e il blitz dei carabinieri
Le due adolescenti erano scomparse nella notte tra il 6 e il 7 giugno, calandosi dalla finestra della struttura protetta in Abruzzo, scavalcando un cancelletto e raggiungendo la piazza centrale del paese, dove le attendevano il nonno materno e il compagno della madre. Un viaggio di tre ore le ha portate nel Basso Lazio, in un alloggio popolare dell’Ater di Formia, a pochi passi dall’abitazione di uno zio.
La zia acquisita che le ha ospitate, Maria Sofia De Russo, quasi ottantenne, ha raccontato di aver ricevuto le ragazze alle quattro del mattino del 7 giugno, con alcune buste della spesa, e di non aver fatto troppe domande. «Non sapevo nulla, me le hanno portate e basta – ha detto –. Volevo proteggerle. Non volevo che tornassero con il padre, è una persona cattiva». Il blitz dei carabinieri, che ha mobilitato settanta uomini, è scattato in tarda serata.
«Sembrava che fossero venuti a prendere una terrorista», ha commentato la donna, ora indagata a piede libero insieme alla madre, al compagno e al nonno delle ragazze, fermati con l’accusa di sequestro di persona aggravato in concorso.
Un amore genitoriale malato e le carte del tribunale
Quando i carabinieri sono entrati nella stanza, le due sorelle non hanno mostrato sollievo. Non erano felici di vederli, si sono chiuse in camera e la più piccola ha detto di voler restare con la madre. «Non è una storia di criminalità – ha spiegato il procuratore – ma ha come riferimento un amore genitoriale malato». Un quadro che trova conferma nelle carte del tribunale di Cassino che, il 28 maggio scorso, aveva già sancito la decadenza della potestà genitoriale della madre, descrivendola come «una manipolatrice» e parlando di una «relazione simbiotica disfunzionale» con le figlie.
Gli specialisti avevano individuato «importanti fattori di rischio» per lo sviluppo psicologico delle minori, ipotizzando un pericolo evolutivo «idoneo a sfociare nell’avvio verso un percorso psichiatrico». La madre e il padre, separati da otto anni e divorziati da sei, erano stati giudicati entrambi incapaci di agire nell’interesse delle figlie, sebbene la responsabilità genitoriale fosse stata da poco restituita al padre.
La vita nascosta e la rivelazione dei tabulati
Le ragazze, nel nascondiglio di Formia, non si avvicinavano nemmeno alla finestra, consapevoli che non potevano uscire. La più grande preparava il pranzo per la sorella celiaca, osservando le sue esigenze alimentari. La televisione restava accesa, e nelle notizie si parlava della loro scomparsa. «Pensavo: “Avoglia a cercarle, tanto non le troveranno mai”», ha confessato la zia. A incastrare il gruppo, oltre alla videochiamata, sono stati i tabulati telefonici e l’acquisto di alimenti per celiaci fatto con una carta di credito.
Le dieci schede sim clandestine erano state attivate due giorni dopo la fuga e prontamente intercettate. Il procuratore ha ricostruito le indagini partendo dalla causa di divorzio e dalla complessa rete familiare per arrivare a un’unica conclusione: «Le bambine non erano affatto felici quando le abbiamo trovate. Ma il loro desiderio di stare con la madre, in questa vicenda, non ha alcun significato giuridico. Avremo modo di verificare come si sia sviluppata questa predilezione». Le due adolescenti sono ora in una struttura protetta e affidate al sindaco di Minturno come tutore legale.




