Il ponte sul Trigno spezzato e un disperso: il maltempo di aprile devasta il centro-sud
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Redazione Interno
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Il ponte sul Trigno – che fino a pochi giorni fa collegava due sponde, due regioni, due comunità di pendolari e pastori – è adesso un ammasso di cemento e ferri contorti, spezzato proprio al centro come se una mano gigantesca lo avesse affondato nel fiume. Del guard rail non c’è neppure l’ombra, strappato via dalla furia dell’acqua, e quel che resta sono due monconi di asfalto sospesi nel vuoto. È lì, lungo l’Adriatica, che i vigili del fuoco hanno lavorato senza sosta per un’intera giornata, perché sotto quelle macerie – o forse più a valle, trascinato dalla corrente – si teme ci sia un uomo. Un disperso, al momento, nessun Corpo recuperato, nessuna conferma che non sia invece riuscito a mettersi in salvo all’ultimo secondo. Ma il silenzio che arriva dalle sponde del fiume, interrotto solo dal rombo delle motopompe, alimenta il peggiore dei sospetti.
Tre giorni di pioggia e il territorio cede: frane, esondazioni e neve fino a due metri
È bastato un fronte perturbato di quelli che un tempo si chiamavano “eccezionali” e che oggi, invece, sono diventati la norma di un aprile sconvolto. Per settantadue ore la pioggia non ha smesso di battere su Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, e ancora Marche, Calabria, Sicilia. Oltre duecento millimetri d’acqua caduti in appena quarantotto ore, un carico che i terreni – già resi fragili da decenni di cementificazione selvaggia sulla costa e da un dissesto idrogeologico mai davvero affrontato – non hanno saputo assorbire. I fiumi sono straripati uno dopo l’altro, le valli si sono trasformate in laghi improvvisati, e nell’entroterra la neve ha raggiunto altezze incredibili per la stagione: due metri in alcuni valichi, con termometri scesi ben sotto lo zero. Un inverno in piena regola, insomma, scaricato addosso a territori che stavano già imparando a convivere con le frane.
Silvi, la frana che già c’era e il colpo di grazia delle piogge
A Silvi, in provincia di Teramo, il terreno aveva cominciato a muoversi a gennaio. Un movimento lento, quasi impercettibile, che aveva però già portato al crollo di quattro case una settimana prima dell’arrivo del maltempo. Gli abitanti lo sapevano, le crepe nei muri erano sotto gli occhi di tutti, eppure – come spesso accade in questi casi – nessuno aveva potuto fare molto se non aspettare. Poi sono arrivate le piogge torrenziali tra martedì e giovedì, e quel versante già instabile ha ceduto del tutto. Non un crollo improvviso, ma una sorta di definitivo abbandono: il fango ha inghiottito quello che restava, e la frana si è allargata fino a lambire altre abitazioni. Non ci sono altre vittime, per fortuna, ma l’immagine di quelle quattro case ridotte a un cumulo di detriti resterà a lungo nella memoria di chi abita quelle colline.
Il centro-sud sotto scacco: tra dimenticanza e infrastrutture fragili
“Qui siamo dimenticati”, ripetono a Montenero di Bisaccia, nel Molise, guardando il ponte sul Trigno ridotto a un giocattolo rotto. E in effetti, mentre l’attenzione dei media nazionali si concentrava su altre emergenze – come il crollo di una porzione del cimitero di Poggioreale a Napoli, su cui il sindaco Gaetano Manfredi ha dovuto intervenire – l’intera dorsale adriatica è stata messa in ginocchio da un maltempo che ha mostrato senza pietà la fragilità delle infrastrutture. I vigili del fuoco hanno lavorato su più fronti: fiumi esondati in Abruzzo e Molise, strade interrotte, paesi rimasti isolati per ore. E mentre i telegiornali alternavano servizi sul ponte crollato ad approfondimenti su vicende del tutto estranee – come la presa di distanza di qualcuno da “chat naziste” o la storia di un ristorante dentro un’area archeologica a Torino – la gente del posto contava i danni. Senza sapere, ancora, se quel disperso sotto il Trigno sia vivo o sia già stato portato via dall’acqua.




