L’organizzazione paramilitare degli assalti ai portavalori e il silenzio dei due fermati a Lecce

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ha la precisione di un’esercitazione militare, studiata a tavolino e ripetuta fino allo sfinimento nelle campagne del Foggiano e del Bat, la strategia che regge l’assalto fallito di lunedì scorso sulla statale 613 Brindisi–Lecce, quello stesso asfalto che nel 2024 era già stato scenario di un colpo da quattro milioni di euro e che lunedì custodiva, nel blindato della Battistolli, un carico di quasi sei milioni di euro destinati alla Banca d’Italia. Non è improvvisazione e non è nemmeno, sottolineano gli inquirenti, semplice banditismo: è un modus operandi che i magistrati, nelle carte dell’inchiesta coordinata dalla procura di Foggia per fatti risalenti al biennio 2020-2021, avevano già definito come un “approccio criminale marcatamente paramilitare”. E non è un caso, da questo punto di vista, che tra i due fermati per il tentato colpo sulla Lecce-Brindisi ci sia Giuseppe Iannelli, trentanove anni, foggiano, con un passato da paracadutista nel battaglione San Marco; una lunga esperienza nelle forze armate che, una volta trasferita nel circuito della malavita organizzata, trasforma un commando in una piccola pattuglia di fuoco con tanto di gerarchie, ruoli e basisti sul territorio.

La struttura delle batterie e il ruolo di Cerignola

Non agiscono da soli e non agiscono, ormai, come semplici aggregati spontanei. Il quadro investigativo, costruito negli anni attraverso intercettazioni e riscontri sul campo, parla di almeno una decina di *“batterie”* – così vengono chiamate nei verbali – specializzate negli assalti ai portavalori, ciascuna composta da un numero variabile che oscilla tra le dieci e le quindici unità. La base operativa, il serbatoio da cui queste formazioni attingono uomini e risorse, è stabilmente collocata a Cerignola, in provincia di Foggia, descritta ormai senza eufemismi come una vera e propria *“scuola del crimine”*; eppure, nonostante il radicamento territoriale, questi gruppi mantengono una doppia anima: sono formalmente autonomi e indipendenti gli uni dagli altri, ma al bisogno diventano perfettamente interscambiabili, quasi si trattasse di reparti pronti a fare sistema. All’interno di ogni batteria la divisione dei compiti è rigorosa e ricalca quella di un plotone: qualcuno ruba le auto di grossa cilindrata, qualcun altro procura i furgoni da incendiare per bloccare il traffico, ci sono i *basisti* – termine tecnico che indica coloro che forniscono le informazioni logistiche e i movimenti dei blindati – e poi i *cassettari*, esperti nella forzatura dei vani portavalori, senza dimenticare chi ha il compito di aprire varchi nei guardrail o di disseminare catene e chiodi a quattro punte per ostacolare l’arrivo delle forze dell’ordine.

Le contestazioni e il muro di gomma davanti al gip

Giuseppe Iannelli e Giuseppe Russo, quest’ultimo di sessantadue anni, entrambi foggiani e formalmente incensurati fino al momento del fermo, sono comparsi questa mattina alle nove e trenta nel carcere di Lecce davanti al giudice per le indagini preliminari Tea Verderosa e al pubblico ministero Alessandro Prontera, titolare del fascicolo, per l’udienza di convalida del fermo; al loro fianco c’erano i rispettivi difensori, Andrea Castronovi e Matteo Ciciola, ma né l’uno né l’altro hanno rotto il silenzio. Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, hanno fatto scena muta, e il muro di gomma alzato dai due indagati non ha consentito al gip di raccogliere alcuna dichiarazione utile agli sviluppi immediati dell’inchiesta. Il quadro accusatorio che la Direzione Distrettuale Antimafia ha messo nero su bianco è però pesantissimo: per entrambi si ipotizzano, a vario Titolo, i reati di tentato omicidio aggravato – un proiettile ha forato il parabrezza dell’auto dei carabinieri all’altezza del viso, un particolare che trasforma la rapina in un agguato contro le forze dello Stato –, associazione di stampo mafioso, rapina aggravata, estorsione, porto e detenzione di armi da guerra (i Kalashnikov utilizzati non sono stati ancora recuperati), danneggiamento seguito da incendio, ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale. Nel decreto di fermo, il pm Prontera scrive che l’azione criminale, per brutalità e organizzazione, è inequivocabilmente riconducibile *“all’organizzazione mafiosa foggiana e al supporto logistico tra Brindisi e Lecce della Sacra Corona Unita”*.

Le tracce investigative e la caccia ai latitanti

Se i due indagati hanno scelto il silenzio, sono gli oggetti e le tracce balistiche a parlare al posto loro. Nell’abitacolo della Jeep Compass usata per la fuga – rubata a Barletta il trentuno gennaio e poi abbandonata, mal occultata tra le fronde degli alberi nelle campagne di Trepuzzi – i carabinieri hanno rinvenuto un borsone contenente passamontagna, alcune maschere in silicone alterate con fondotinta per eludere il riconoscimento biometrico, un inibitore di frequenze, materiale esplodente in formato ridotto e, particolare di non poco conto, un berretto. Quel berretto, visibile nei filmati amatoriali girati da automobilisti terrorizzati durante l’assalto, sarebbe lo stesso indossato da uno dei due fermati; un elemento, questo, che incrociato con i tabulati telefonici e con le tracce biologiche repertate sulla vettura – e ora al vaglio della polizia scientifica – potrebbe rivelarsi decisivo per allargare il cerchio. Perché il commando, questa è la convinzione degli investigatori, non era composto soltanto dai due uomini finiti in manette: si cercano almeno altre sei, forse otto persone, probabilmente divise su più autovetture, e tra queste ci sono anche i *basisti* locali, quelli che conoscono le strade, i varchi nei guardrail e i tempi di percorrenza dei blindati. Le armi da guerra, i Kalashnikov puntati contro i militari dell’Arma, non sono mai state ritrovate; l’ipotesi, al momento, è che siano state caricate sull’Alfa Romeo Stelvio – l’unica auto del gruppo di fuoco che è riuscita a dileguarsi secondo il piano originario – e che si trovino ancora nella disponibilità dei latitanti. Le perquisizioni, intanto, si sono estese a macchia d’olio nelle province di Foggia, Brindisi e Lecce, con un coordinamento serrato tra polizia e carabinieri; ma il grosso del lavoro, adesso, si gioca sulla geolocalizzazione dei cellulari e sulla ricostruzione dei contatti di Iannelli e Russo nelle settimane precedenti il blitz. Il colpo è fallito, il bottino di cinque milioni e novecentoquattromila euro è rimasto sigillato nel furgone blindato – merito dello *spumablock* che ha reso inutilizzabile il denaro –, ma la macchina organizzativa, quella paramilitare e strutturata, è ancora intatta e pronta a colpire altrove.

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