Il rischio silenzioso nei chip Mediatek: dati violati in 45 secondi, anche a telefono spento
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Il mondo della sicurezza informatica si trova a fare i conti con una vulnerabilità tanto estesa quanto subdola, una falla che risiede nel cuore stesso di decine di milioni di smartphone Android. Il team di ricerca Donjon, la divisione specializzata in sicurezza hardware della società Ledger — nota per i suoi wallet crittografici — ha dimostrato come sia possibile accedere ai dati sensibili di un dispositivo in un lasso di tempo sorprendentemente breve, sollevando non poche preoccupazioni circa l'effettiva tenuta dei sistemi di protezione attuali. La dimostrazione pratica, condotta su un Cmf Phone 1 dell'azienda Nothing, ha richiesto solamente quarantacinque secondi per essere portata a termine con successo, un arco temporale che lascia intendere la facilità con cui, in scenari di vita reale, un malintenzionato potrebbe appropriarsi di informazioni riservate.
L'attacco via cavo che bypassa lo spegnimento
La particolarità dell'exploit, che rappresenta l'aspetto più inquietante della scoperta, risiede nella possibilità di violare il telefono senza nemmeno accenderlo. I ricercatori sono riusciti a estrapolare i dati dalla memoria interna semplicemente collegando lo smartphone spento a un computer tramite cavo Usb, aggirando di fatto tutte le barriere logiche e crittografiche che dovrebbero proteggere il dispositivo quando è in stato di riposo. Per accedere in modo indebito al cuore del sistema, il gruppo di specialisti ha sfruttato una grave debolezza insita nei chip prodotti da Mediatek, componenti montati su un'ampia fetta della produzione mondiale di telefoni Android, in particolare nella fascia media e bassa del mercato. Si tratta di processori che, secondo le stime, potrebbero equipaggiare circa un quarto di tutti gli smartphone con il robottino verde, numeri che fotografano l'enorme portata potenziale del problema.
Il tallone d'Achille della catena di avvio
La radice del problema affonda le sue radici nella cosiddetta boot chain, la catena di fiducia che si attiva nei primissimi istanti di vita del dispositivo, ben prima che il sistema operativo venga caricato. In condizioni normali, questa sequenza di controlli incrociati garantisce che ogni componente software avviato sia autentico e non manomesso, creando un ambiente sicuro per la gestione delle chiavi crittografiche. Gli esperti di Ledger Donjon, invece, hanno individuato un punto debole in questo meccanismo nei chip Mediatek che utilizzano l'ambiente di esecuzione affidabile (Trusted Execution Environment, TEE) di Trustonic. L'attacco, automatizzato tramite la connessione via cavo, riesce a intervenire prima che Android sia completamente caricato, consentendo di eseguire attacchi di forza bruta per scoprire il codice Pin di sblocco e decifrare l'archiviazione, recuperando, tra le altre cose, le frasi seed di wallet per criptovalute.
I rischi per i wallet crittografici e i dati personali
La dimostrazione ha avuto un impatto particolare nel settore delle criptovalute, dato che ha permesso di estrarre le chiavi di recupero da ben sei applicazioni di wallet software, tra cui Trust Wallet, Kraken Wallet e Phantom. Questo significa che, in presenza della vulnerabilità, un aggressore con accesso fisico al telefono anche solo per pochi istanti potrebbe prosciugare i fondi digitali di un utente. Charles Guillemet, chief technology officer di Ledger, ha commentato l'accaduto sottolineando come gli smartphone, per loro natura, non siano progettati per fungere da caveau sicuri: se le criptovalute risiedono su un telefono, la loro sicurezza è pari a quella dell'anello più debole nella catena hardware, firmware o software del dispositivo stesso. La falla, catalogata con il codice CVE-2026-20435, espone quindi non solo i portafogli digitali, ma anche l'intero patrimonio informativo personale, dai messaggi alle fotografie, rendendo di fatto lo smartphone un libro aperto per chiunque conosca la procedura.
La risposta di Mediatek e la corsa contro il tempo delle patch
Mediatek, interpellata dai ricercatori prima della divulgazione pubblica secondo le pratiche di responsible disclosure, ha confermato di aver già predisposto una correzione. A gennaio, l'azienda taiwanese aveva distribuito un firmware di fix ai produttori di dispositivi originali (Oem), raccomandando loro di implementarlo nei successivi aggiornamenti di sistema. La palla, ora, passa quindi ai singoli vendor, da Xiaomi a Samsung, da Oppo a Vivo, che dovranno integrare la patch nei loro aggiornamenti e distribuirla agli utenti finali. Fino a quel momento, milioni di dispositivi rimangono potenzialmente esposti a un attacco che, sebbene richieda un contatto fisico, si distingue per la sua rapidità di esecuzione e la sua efficacia, dimostrando ancora una volta come la sicurezza dei dati personali sia spesso appesa al filo della tempestività con cui riusciamo a installare un aggiornamento.




