Iron Maiden: «Burning Ambition», cinquant’anni di metal nei cinema italiani

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Da oggi, 14 maggio, arriva nelle sale italiane «Iron Maiden: Burning Ambition», il documentario diretto da Malcolm Venville che – come suggerisce il titolo, ripreso da un brano poco noto del primo periodo – prova a imbrigliare in poco più di novanta minuti l’intero arco temporale di una band che ha compiuto mezzo secolo di attività. L’operazione, distribuita da Universal Pictures Content Group, non si limita a una semplice celebrazione nostalgica: Venville assembla materiali d’archivio mai visti prima, spezzoni di concerti nei pub dell’East London e immagini che documentano il progressivo passaggio dalle sale anguste agli stadi planetari.

Uno sguardo dentro la macchina del tempo sonora

Il regista, e con lui chi ha curato la selezione del materiale, punta molto sulle interviste esclusive. Non compaiono soltanto i membri attuali e quelli che hanno segnato le varie epoche della formazione, ma anche una serie di ospiti che – pur appartenendo ad altri universi musicali – riconoscono agli Iron Maiden uno statuto particolare. Lars Ulrich, batterista dei Metallica, offre il proprio punto di vista sul modo in cui il bassista e fondatore Steve Harris ha costruito un suono inconfondibile basato su linee di basso melodiche e arpeggi gemelli; Chuck D, leader dei Public Enemy, sottolinea l’etica del lavoro e l’indipendenza della band, mentre Javier Bardemattore, non musicista – confessa un’ammirazione da fan che risale all’adolescenza.

La clip esclusiva e il segreto delle canzoni

In allegato alla distribuzione italiana viene proposta una clip che non fa parte del montaggio finale? Sì, e in quella sequenza si intravvede il «segreto» a cui alludono i membri del gruppo: la capacità di trasformare ogni riff in una sorta di racconto epico, con cambi di tempo che non rispondono alle logiche del radiofonico. Bruce Dickinson, cantante dalla voce inconfondibile, riassume la filosofia in una frase che circola già tra i fan: «Non importa se sei uomo o donna, musulmano, cristiano, cattolico o ebreo. Se sei un fan dei Maiden, sei un fan degli Iron Maiden». Una dichiarazione che il documentario traduce in immagini, incrociando le testimonianze di persone comuni arrivate da vari Paesi con quelle di colleghi celebri come Tom Morello, Gene Simmons e Scott Ian.

Cinema e graphic novel: un doppio appuntamento per i fan

Proprio nella giornata del 14 maggio, inoltre, vengono aperti i preordini per l’edizione italiana della graphic novel ufficiale dedicata a «Piece of Mind», album del 1983 che contiene classici come «The Trooper» e «Flight of Icarus». Il fumetto – realizzato con la supervisione della band – non si limita a riprodurre la copertina dell’Eddie in camicia da notte, ma ripercorre le storie nascoste dietro i testi. Non c’è un nesso di causa-effetto esplicito tra l’uscita del film e il volume a fumetti, eppure la coincidenza delle date suggerisce una strategia chiara: ribadire il valore di un immaginario visivo che, negli Iron Maiden, ha sempre camminato a fianco di quello sonoro.

L’ascesa dai pub di Londra senza sentimentalismi

Venville evita la retorica del «grazie ai fan» costruita su luoghi comuni: mostra piuttosto come la band abbia imparato a sopravvivere ai cambi di cantante (con Paul Di’Anno prima e Dickinson poi), alle pressioni delle major discografiche e alle mode del settore. Le immagini d’archivio inedite restituiscono la sporcizia dei primi locali dell’East End, dove il pubblico sputava sul palco e l’amplificazione era spesso insufficiente. Da lì, attraverso tour estenuanti e una gestione autonoma del merchandising, il gruppo è arrivato a riempire il Maracanã e il Download Festival. Di tutto questo «Burning Ambition» dà conto senza cadere nell’agiografia, limitandosi a giustapporre i materiali e lasciando che parlino da soli. E per chi volesse approfondire, c’è anche l’occasione di portarsi a casa il fumetto – un oggetto che, non diversamente dal film, funziona come un’estensione della mitologia di Eddie, la mascotte morta-vivente che ha attraversato indenne cinque decenni di heavy metal.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.