Gli Iron Maiden scrivono la storia: primo concerto metal a San Siro, Dickinson: "È un sogno"
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il “Meazza” si è trasformato nella “Scala del Metal”, e il concerto, quello di mercoledì 17 giugno, è già nell’albo d’oro della musica italiana. Gli Iron Maiden sono riusciti laddove nessun gruppo heavy metal era mai arrivato prima, calpestando il palco di San Siro davanti a circa 45mila spettatori per l’unica data italiana del “Run For Your Lives Tour 2026”.
Bruce Dickinson, frontman della band, ha accolto l’evento come la realizzazione di un sogno, sottolineando come fosse impensabile, ancora qualche decennio fa, che una formazione come la sua potesse riempire uno stadio simbolo del calcio e del grande pop internazionale. La serata, che ha ripercorso le tappe fondamentali dei primi nove album della discografia, è stata un vero e proprio viaggio nella memoria musicale per generazioni di fan, che hanno accolto ogni riff e ogni assolo come se fosse un inno di battaglia.
La cornice storica dell’evento, del resto, è di quelle che vanno annotate sui libri di storia del rock. Il gruppo, fondato da Steve Harris nel lontano 1975, è reduce da cinquant’anni di carriera, un traguardo che la band ha deciso di festeggiare con un tour che celebra i suoi albori, passando in rassegna quei pezzi che ne hanno costruito la leggenda e che hanno venduto oltre 130 milioni di dischi nel mondo.
La scelta di San Siro, per un gruppo di musicisti che ormai superano i settant’anni (come lo stesso Harris, 70enne, e Dickinson, 67enne), rappresenta non solo una sfida fisica, ma anche il simbolo di un'ascesa che li ha portati a suonare in uno stadio che per decenni ha ospitato solo i grandi nomi del pop e del rock mainstream, oltre a svariati rapper e, di recente, il dj Gabry Ponte.
Il fatto stesso che il metal sia riuscito a ritagliarsi questo spazio dimostra come il mercato della musica dal vivo, in Italia, abbia ormai superato ogni barriera di genere, ampliando il ventaglio di proposte per un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo, e facendo registrare, nel 2025, un giro d'affari da oltre un miliardo di euro secondo i dati diffusi da AssoConcerti.
La setlist e la performance
La scaletta, come prevedibile, era un concentrato di energia pura, un "best of" che ha abbracciato l’intera parabola iniziale della band. Si è partiti con “Murders in the Rue Morgue”, ispirata a Edgar Allan Poe, per poi infilzare il pubblico con classici intramontabili come “Wrathchild”, “Killers” e la suggestiva “Phantom of the Opera”, quest'ultima tratta dall'album di debutto.
Il momento clou, naturalmente, è arrivato con "The Number of the Beast", la title-track che nel 1982 li consacrò definitivamente, e il cui urlo iniziale di Dickinson ha letteralmente squarciato l'aria serale di Milano. Da lì in poi è stato un susseguirsi di inni: “Powerslave”, la monumentale “Rime of the Ancient Mariner” e la corsa sfrenata di “Run to the Hills” (che dà il nome al tour) si sono alternate a pezzi più cadenzati ma altrettanto distruttivi come “Seventh Son of a Seventh Son”.
Il concerto, della durata di circa un'ora e quaranta minuti, è stato un tour de force, non solo per i musicisti sul palco – con il bassista Harris e il chitarrista Dave Murray a fare da collante storico – ma anche per lo stesso Dickinson, che, come riportato da diverse cronache, si è esibito in un vero e proprio show fisico, vestendo i panni di diversi personaggi e correndo da un lato all'altro del palco con una verve che ha fatto dimenticare la sua età anagrafica.
E proprio in questo contesto che si inseriscono le dichiarazioni rilasciate dal cantante a Kerrang! poche ore prima del concerto, destinate a far discutere gli addetti ai lavori. Parlando del tema dell'età e della forma vocale, Dickinson ha affrontato il delicato tema del declino fisico nel mondo del rock, rispondendo con il suo consueto pragmatismo a chi sostiene che gli artisti debbano continuare a esibirsi anche quando non sono più al massimo.
Le parole di Bruce Dickinson
Il riferimento, seppur implicito, è probabilmente legato anche al recente addio ai tour del batterista Nicko McBrain, costretto a ritirarsi per problemi fisici; Dickinson, in quell'occasione, ha spiegato di rispettare le scelte individuali, ma ha ribadito con forza il suo credo personale. "Prendi ogni giorno per quello che è e cerchi di offrire la migliore esibizione della tua vita ogni sera", ha dichiarato il cantante, quasi a voler rispondere a chi ipotizza un suo possibile declino; "Queste sono le regole del gioco".
Parole che, alla luce della performance di San Siro, appaiono meno come una semplice dichiarazione di intenti e più come una constatazione di un fatto: Dickinson è ancora in piena forma, e la sua voce, capace di tagliare l'aria come un rasoio, è ancora il motore indiscusso della macchina da guerra musicale degli Iron Maiden.
La "prima volta" di San Siro, quindi, non è solo un traguardo commerciale o una curiosità statistica. È la prova che il metal, un tempo considerato musica per "underdog" o per figli degli anni Ottanta, è ormai entrato a pieno titolo nel mainstream italiano, guadagnandosi spazi che fino a pochi anni fa sembravano preclusi.
Con un'energia che ha trasformato il "Meazza" in una gigantesca cassa di risonanza, e un repertorio che ha fatto cantare a squarciagola decine di migliaia di persone, gli Iron Maiden hanno salutato Milano, per poi proseguire il loro tour europeo che li porterà a concludere la loro cavalcata a Knebworth l'11 luglio. E mentre i cori di "Fear of the Dark" e "Wasted Years" riecheggiavano ancora tra le tribune, era già chiaro che quella notte non era stata solo un concerto, ma la scrittura di un nuovo capitolo della storia della musica dal vivo nel nostro Paese.




