Nasce il comitato per il ’No’ anche a Massa, ma nel dibattito nazionale si moltiplicano gli schieramenti trasversali

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è costituito ufficialmente anche a Massa Marittima il comitato per il No al referendum sulla giustizia, un organismo che si propone, come si legge nella nota di presentazione, di promuovere informazione e confronto pubblico in vista della consultazione che si terrà il 22 e 23 marzo. Il comitato, che annuncia fin da subito la propria apertura a nuove adesioni da parte di associazioni e singoli cittadini, vede tra i suoi soggetti fondatori Sinistra Italiana, il Partito Democratico locale, lo Spi Cgil e l’Anpi. Una mobilitazione, questa, che si inserisce in un quadro nazionale dove il dibattito si fa sempre più articolato e dove, al di là degli schieramenti partitici tradizionali, emergono posizioni personali di rilievo che attraversano trasversalmente il campo politico e giudiziario -2 -10.

La complessità di una riforma che divide gli addetti ai lavori

Il quesito referendario su cui i cittadini sono chiamati a esprimersi riguarda l’approvazione di un testo di legge costituzionale, già varato dal Parlamento, che introduce nell’ordinamento la separazione delle carriere per i magistrati -5. Si tratta, spiegano i giuristi, di un intervento che modifica gli articoli 104, 105 e 106 della Costituzione e che, lungi dall’essere un mero slogan, ha un impatto strutturale sull’organizzazione della magistratura: si passa da un unico Consiglio Superiore della Magistratura a due distinti organismi, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e viene istituita un'Alta Corte disciplinare per i procedimenti a carico delle toghe -1. I sostenitori del No, come il pm Diego Piscitelli che ha definito l’operazione “un fenomeno trash” e ha annunciato il proprio voto contrario, sostengono che il provvedimento non incida sui reali problemi della macchina giudiziaria e rischi di minare l’unità della giurisdizione. Dall’altro lato, chi invita a votare Sì, come l’avvocato Gian Domenico Caiazza, insiste sul concetto che solo un giudice percepito come terzo, e quindi non appartenente alla stessa “squadra” del pm, possa garantire quella serenità a chi entra in un tribunale, un principio che, a suo dire, rappresenta il naturale completamento della riforma del processo penale del 1989 -3 -8.

La posizione di Antonio Di Pietro tra passato e presente

A gettare benzina sul fuoco di un confronto già acceso è la posizione assunta da Antonio Di Pietro, l’ex pm di Mani Pulite che ha attraversato, nella sua parabola personale e professionale, tutte le possibili declinazioni del rapporto tra giustizia e politica. Di Pietro, che pure fu oggetto di procedimenti disciplinari e che conosce bene il peso di un’accusa, ha annunciato il suo voto favorevole alla riforma, motivando questa scelta con un ragionamento che parte da lontano: egli ricorda di essere stato un sostenitore della separazione delle carriere sin dal 1989, quando da magistrato attivo visse sulla propria pelle la transizione dal sistema inquisitorio a quello accusatorio voluto dall’allora ministro Giuliano Vassalli -6. Il suo, spiega, non è un voltafaccia politico, ma la conseguenza del venir meno di quella che lui definisce la “demonizzazione dei magistrati” portata avanti in passato da Silvio Berlusconi; con la scomparsa del fondatore di Forza Italia, sostiene Di Pietro nell’intervista rilasciata a Il Dubbio, viene meno anche la ragione principale che lo aveva portato a diffidare di una riforma che, ora, può essere valutata per il suo merito tecnico -2.

L’intreccio tra garantismo e pragmatismo politico

La posizione di Di Pietro, che pure fu ministro del governo Prodi e fondatore di un partito di centrosinistra come l’Italia dei Valori, mette in luce le crepe all’interno del fronte del No, dove il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle si trovano a fare i conti con figure della loro storia che scelgono la strada opposta. L’ex magistrato, intervistato da Quotidiano Nazionale, ha voluto sgombrare il campo da quelli che considera falsi miti, ribadendo che la riforma non modifica di una virgola l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero dal potere esecutivo, un principio che resta saldamente ancorato alla Costituzione -6. Quella che si profila, dunque, è una campagna referendaria dove le tradizionali appartenenze rischiano di saltare, come dimostra anche la nascita del comitato “Giuliano Vassalli” per il Sì promosso da esponenti dell’area socialista e liberale, o le dichiarazioni di chi, come il leader di Azione Carlo Calenda, vede nella riforma un modo per superare le logiche correntizie del CSM emerse chiaramente nel caso Palamara -3 -10. Intanto, a Massa Marittima come nel resto d’Italia, i comitati si organizzano, in attesa di capire se la giustizia, da questione tecnica, riuscirà a non trasformarsi completamente in un terreno di scontro ideologico.

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