Dazi globali al 10% bocciati dalla Corte Usa: l’ultimatum di Trump all’Europa arriva poche ore dopo la sentenza
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Redazione Esteri
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Poche ore dopo aver rinnovato la pressione sull’Unione europea – con un nuovo e secco ultimatum che scadrà il 4 luglio, data del duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza americana –, Donald Trump incassa l’ennesima bocciatura giudiziaria sulla sua politica commerciale. La Corte per il commercio internazionale degli Stati Uniti ha infatti stabilito, con un voto di 2 a 1, che i dazi globali generalizzati del 10% imposti lo scorso febbraio sono illegali. La decisione, che affonda le radici in una disputa legale ormai strutturale tra esecutivo e potere giudiziario, dichiara che la Casa Bianca non poteva appellarsi alla base giuridica che aveva tentato di utilizzare per giustificare le tariffe, segnando un nuovo capitolo in una sequenza di sconfitte che stanno ridefinendo i confini entro cui il presidente può muoversi in materia di scambi internazionali.
La sentenza che smonta la “Sezione 122”
I giudici hanno ritenuto che l’amministrazione non avesse i poteri per invocare la Sezione 122 del Trade Act del 1974 – una norma pensata per correggere temporaneamente «gravi e consistenti deficit della bilancia dei pagamenti» –, poiché il disavanzo commerciale strutturale degli Stati Uniti non può essere equiparato a una crisi economica improvvisa tale da giustificare una tariffa piatta su tutte le importazioni. Si tratta, in sostanza, di una lettura restrittiva che relega l’esecutivo a un ruolo marginale senza l’avallo esplicito del Congresso; se la Casa Bianca avesse vinto, avrebbe invece consolidato il principio opposto, quello del presidente che alza i muri doganali a suo piacimento. La Corte suprema, va ricordato, aveva già gettato le basi di questo nuovo assetto lo scorso 20 febbraio, quando – nonostante la composizione a maggioranza conservatrice – aveva bocciato i dazi precedenti accusando Trump di aver «abusato della sua autorità» in aperta violazione delle leggi federali.
L’impatto immediato e la reazione a Bruxelles
Anche se la sentenza ordina di cessare la riscossione delle tariffe e di rimborsare quanto già versato, per ora i suoi effetti diretti si applicano solo ai ricorrenti che hanno portato il caso in aula – due aziende private e lo Stato di Washington –, lasciando così un alone di incertezza per tutti gli altri importatori nell’attesa che l’amministrazione, come appare probabile, prepari un ricorso in appello. Nel frattempo, però, lo scenario politico si fa più ingarbugliato proprio sul fronte atlantico. A Bruxelles l’iter per ratificare l’accordo commerciale siglato in Scozia procede a rilento: il trilogo che riunisce Consiglio, Commissione ed Eurocamera tornerà a riunirsi il 19 maggio a Strasburgo, con l’obiettivo dichiarato di trovare una quadra entro quella data. Ma la telefonata tra Trump e Ursula von der Leyen – definita «ottima» dalla presidente della Commissione, sebbene segnata dalla minaccia esplicita del tycoon – ha ribadito che senza concessioni effettive le tariffe schizzeranno «a livelli ben più elevati del 15% previsto».
La strategia di riserva e le nuove indagini
Nonostante la debacle giudiziaria, la Casa Bianca non sembra intenzionata a gettare la spugna: il rappresentante commerciale Usa ha già avviato nuove inchieste avvalendosi di un’altra norma, la Sezione 301 del Trade Act del 1974, che disciplina le pratiche commerciali sleali e che finora ha retto a diverse contestazioni legali. Tre indagini sono attualmente in corso, con scadenza prevista per la fine di luglio, proprio quando la tariffa base del 10% dichiarata illegale dovrebbe comunque scadere naturalmente. Una coincidenza temporale, questa, che rende ancor più fluida e pericolosa la partita: Trump, incassato il nuovo smacco, è già pronto a cambiare casella degli attrezzi, cercando di ottenere giudizialmente ciò che il legislatore non gli ha mai concesso in modo esplicito. E mentre l’Europa cerca di destreggiarsi tra veti interni e clausole condizionali, la cronaca nera dei contenziosi commerciali si arricchisce di un’altra pagine, dove l’arma dei dazi si spezza ancora una volta contro i freni della magistratura federale.




