Giuseppe Tornatore al Bif
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Redazione Cultura e Spettacolo
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BARI – C’è un momento, a metà del cammino di un festival, in cui il rumore delle prime impressioni lascia il posto a una percezione più nitida di quello che resterà; e per il Bif&st 2026, questa consapevolezza passa inevitabilmente dal rapporto profondo – e per certi versi storico – con Giuseppe Tornatore. Il regista, che proprio in questa edizione è al centro di una retrospettiva integrale capace di ripercorrere trent’anni e più di carriera -1-6, ha restituito ieri, nel corso di una masterclass partecipatissima accanto a Paolo Mereghetti, il ritratto intimo di un autore che misura il proprio percorso meno in base ai successi ottenuti che alle ferite lasciate da ciò che non ha potuto realizzare.
È una riflessione, quella del regista siciliano, che si muove lungo il crinale sottile tra la soddisfazione per un’opera compiuta e il rammarico per i progetti rimasti nel cassetto, alcuni dei quali inseguiti per decenni. Tra tutti spiccano, nelle sue parole, due titoli in particolare: Leningrado e Il sognatore indiscreto. Del primo, Tornatore ha raccontato il lungo calvario produttivo iniziato dopo la morte di Sergio Leone – che per primo aveva covato l’ambizione di raccontare l’assedio della città russa durante la Seconda guerra mondiale – e proseguito con anni di documentazione a San Pietroburgo, sceneggiature riscritte e un corteggiamento da parte di produttori internazionali poi sempre naufragato, nonostante l’entusiasmo iniziale. Era Goffredo Lombardo, produttore dalla lunga esperienza, a suggerirgli che un film di guerra senza salvatori americani non avrebbe mai trovato spazio negli Stati Uniti, e il tempo gli ha dato ragione. Sull’altro fronte, Il sognatore indiscreto rappresenta una sorta di ossessione creativa: scritto e riscritto per trent’anni, Tornatore lo ha visto giudicato “troppo complicato” da chi avrebbe dovuto finanziarlo, e così è rimasto lì, a testimoniare la distanza che a volte separa l’urgenza di una storia dalla sua realizzabilità concreta.
Una notte al Petruzzelli tra memoria e colonne sonore immortali
Ma se ieri il regista ha potuto misurare il peso dei rimpianti, la serata che lo ha visto protagonista al Teatro Petruzzelli ha offerto la più alta delle rivincite su quel tempo sospeso. Nuovo Cinema Paradiso, il film che nel 1990 gli valse l’Oscar quando aveva appena trentaquattro anni, è stato riproposto in una veste inedita e insieme profondamente fedele allo spirito originario: la proiezione con la colonna sonora di Ennio Morricone eseguita dal vivo dall’Orchestra del Teatro Petruzzelli, diretta da Pietro Mianiti e con la supervisione artistica di Fabio Venturi, storico ingegnere del suono del Maestro. Un’operazione complessa, come lo stesso Tornatore ha riconosciuto dal palco prima dell’inizio, ringraziando i musicisti per il lavoro speciale che stavano per compiere; e l’emozione, al termine della proiezione, è esplosa in una standing ovation che ha coinvolto tanto la sala quanto la buca dell’orchestra, a suggellare un legame che con questo festival dura fin dal 1988, quando proprio a Bari il film intraprese il suo primo percorso di avvicinamento al pubblico.
A rendere la serata ancora più densa di significati, il momento che ha preceduto la proiezione: il direttore del festival, Oscar Iarussi, ha consegnato a Tornatore il premio Bif&st Arte del Cinema, motivato da una carriera capace di trasformare il racconto per immagini in memoria collettiva e intima al tempo stesso. E se il regista ha potuto finalmente ammirare il proprio capolavoro restituito alla dimensione sinestetica per cui era stato pensato – dove le note di Morricone dialogano con la luce e la malinconia di quella sala di provincia – è evidente che il tributo si è trasformato in un abbraccio reciproco.
L’arte di sedurre il pubblico e i confini di una retrospettiva integrale
Il Bif&st, d’altronde, ha costruito intorno alla figura di Tornatore un percorso che va ben oltre l’omaggio celebrativo. Con quattordici titoli in programma tra Multicinema Galleria e Petruzzelli – dall’esordio de Il camorrista fino al recente Brunello, il visionario garbato – la retrospettiva ripercorre l’intera parabola di un autore che ha saputo coniugare la narrazione popolare con un respiro internazionale raro nel panorama italiano. E il regista ha colto l’occasione per restituire al pubblico, nella masterclass con Mereghetti, i meccanismi spesso invisibili che regolano il rapporto tra un’opera e chi la finanzia. Nuovo Cinema Paradiso, in fondo, conobbe anch’esso un’odissea produttiva – con versioni accorciate imposte, proiezioni interlocutorie e la scommessa, alla fine vinta, di una versione lunga che oggi conosciamo come quella definitiva – e la sua affermazione agli Oscar rappresentò, più che una rivincita personale, la dimostrazione che il cinema italiano poteva parlare al mondo senza bisogno di travestimenti.
Ma la giornata di ieri non è stata solo celebrazione. La presenza di Tornatore ha dominato il festival anche attraverso la proiezione di La migliore offerta, uno dei suoi più grandi successi degli ultimi anni, a dimostrare come la sua vena narrativa continui a interrogare il presente con lo stesso sguardo ironico e riflessivo che gli è proprio. E se al centro dell’attenzione resta inevitabilmente quel Nuovo Cinema Paradiso che ieri sera ha ritrovato la sua dimensione più autentica sotto le stelle della musica dal vivo, è chiaro che il regista guarda al festival barese come a un luogo speciale, dove l’incontro con gli spettatori – soprattutto i più giovani – restituisce alla sala il suo ruolo di esperienza irrinunciabile.
I progetti mai nati e il peso della coerenza
C’è, nella confessione di Tornatore sui film non realizzati, il ritratto di un cinema che spesso si scontra con la logica industriale. Leningrado, in questo senso, è stato per anni il simbolo di un’idea ambiziosa che ha sfiorato più volte la realizzazione – con Ennio Morricone che aveva già scritto la colonna sonora e con sceneggiature pronte a essere trasformate in immagini – senza mai riuscire a decollare. Il regista ha raccontato di viaggi in Russia, di materiali d’archivio consultati, di storie raccolte per restituire il disegno drammaturgico potente di quell’assedio; ma il finanziamento non è mai arrivato, o è arrivato a condizioni che non poteva accettare. Eppure, lungi dal rappresentare una sconfitta, quei progetti mancati raccontano anche una coerenza: quella di un autore che preferisce lasciare nel cassetto una sceneggiatura piuttosto che snaturarla per adeguarsi a logiche che non sente proprie.
Così, mentre al Petruzzelli l’orchestra attaccava le ultime note della colonna sonora morriconiana, e il pubblico si alzava in piedi per applaudire, Tornatore ha potuto misurare il valore di una coerenza che forse gli è costata qualche film non girato, ma gli ha permesso di firmare solo opere che sentiva davvero sue. E il bilancio, alla fine, è proprio questo: un regista che guarda al proprio passato senza rimpianti per quello che ha fatto, ma con la consapevolezza che il mestiere – come ha detto in più occasioni – è anche quello di saper rinunciare, di individuare storie, elaborarle, sognarle, scriverle e poi, se necessario, lasciarle lì, in attesa che il tempo o le circostanze le restituiscano alla luce. In attesa, magari, di una prossima occasione.




