Il miglior pesto del supermercato? Per Altroconsumo è solo “accettabile” e tra i 79 analizzati non si salva nessuno

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’ennesima indagine condotta da Altroconsumo, che da anni si pone come bussola per i consumatori alle prese con la giungla degli scaffali, ha preso di mira stavolta un vasto campione di sughi pronti. Se da un lato le salse al pomodoro hanno retto all’urto dell’esame, regalando qualche soddisfazione, lo stesso non si può certo dire per la categoria più delicata e identitaria della cucina ligure: quella del pesto al basilico. Nell’ambito di una ricerca che ha passato al setaccio oltre 280 prodotti -2-3, emerge un verdetto impietoso per i vasetti verdi che affollano le dispense nazionali: nessuno dei 79 pesti analizzati ha raggiunto la sufficienza.

Tre soli “accettabili” in un mare di grassi e additivi

La doccia fredda per gli amanti della pasta al pesto “express” arriva quando si scorre la graduatoria finale: non solo non esiste un prodotto classificabile come “buono” o “molto buono”, ma la soglia dell’accettabilità viene superata a fatica soltanto da tre referenze. Il resto dell’offerta – che comprende tanto i marchi blasonati delle grandi industrie alimentari quanto le linee premium dei supermercati – affonda in una valutazione di “scarso”. A causare questo naufragio generalizzato non è tanto la singola ricetta, quanto la natura stessa del condimento. Il pesto alla genovese, per sua definizione, è un concentrato di olio (spesso extravergine ma in dosi massicce), formaggi stagionati come grana e pecorino e frutta secca, elementi che lo rendono particolarmente vulnerabile ai rigidi criteri nutrizionali adottati dall’associazione.

Il metodo Altroconsumo: un boomerang per la ricetta tradizionale

Per capire come mai anche i prodotti più costosi o pregiati siano finiti nel dimenticatoio, bisogna analizzare il sistema di punteggio utilizzato. Il giudizio finale si basa in larga parte (per il 55%) sul Nutri-Score, ossia l’indicatore che valuta il profilo nutrizionale penalizzando i cibi troppo ricchi di grassi saturi, sale o zuccheri. E qui sta il paradosso: l’olio in eccesso, i formaggi e i pinoli (o, più spesso nella versione industriale, gli anacardi) fanno schizzare verso l’alto il tasso di lipidi saturi. A questo parametro si aggiunge, incidendo per un ulteriore 15%, il grado di trasformazione industriale del prodotto: più un pesto è “lavorato” e ricco di additivi per garantirne la conservazione, più la valutazione crolla. Di fatto, l’organizzazione dei consumatori non sta bocciando un singolo marchio, quanto l’incompatibilità strutturale del pesto acquistato al supermercato con i canoni della dieta contemporanea.

La rivincita dei discount: Md e Lidl sul podio

Eppure, se l’asticella della qualità è così bassa (anche i grandi classici come Barilla o Alce Nero non superano i 40 punti su 100 -2), qualcuno purtroppo si è distinto in negativo meno degli altri. I tre pesti definiti “accettabili” rappresentano un vero e proprio colpo di scena nella classifica, dato che provengono quasi tutti dalla distribuzione discount. A spuntarla sono infatti “Lettere dall’Italia” di Md (Pesto alla Genovese e la sua versione senza aglio), che si fermano a 42 punti, seguiti a ruota dal “Vemondo Pesto Vegano al Basilico” di Lidl, con 41 punti. Curiosamente, proprio la versione vegana di Lidl trae vantaggio dall’assenza dei formaggi animali, riuscendo ad abbassare il picco di grassi saturi che invece affligge la concorrenza. Questo non significa che siano prodotti eccellenti – restano ben lontani dalla sufficienza – ma, nel deserto dei vasetti analizzati, rappresentano le uniche scelte meno peggiori per chi, pur non avendo tempo di prepararlo in casa, vuole comunque portare in tavola un piatto di trenette.

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