Il cibo spazzatura nel vasetto: Altroconsumo boccia il pesto da supermercato, solo tre “accettabili”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Che si tratti di una cena improvvisata o di un desiderio improvviso di Liguria, il vasetto di pesto verde è da decenni un salvadanaio della dispensa italiana. Eppure, proprio mentre l’attenzione verso il cibo “clean” e la dieta mediterranea torna a essere prioritaria, arriva la doccia fredda dall’ultima analisi di Altroconsumo. L’associazione, che ha passato al setaccio ben 79 vasetti di pesto al basilico acquistati nelle principali catene della grande distribuzione (compresi i discount), restituisce una fotografia impietosa: zero promossi. Nessun prodotto ha ottenuto il timbro di “buono” o “molto buono”, e la stragrande maggioranza (76 referenze su 79) è stata relegata nelle retrovie, etichettata come “scarso” o “molto scarso”.

Grassi saturi e tanto sale: il “difetto di fabbrica” della salsa ligure

Non si tratta, secondo i tecnici dell’associazione dei consumatori, di una congiura ai danni dei grandi marchi, bensì di un problema strutturale legato alla ricetta stessa. Il pesto alla genovese, per sua natura, è un concentrato di energia: parmigiano, pecorino, olio extravergine e frutta secca (dai pinoli agli anacardi) rappresentano il trittico dei grassi saturi. A complicare il quadro, nelle versioni industriali si aggiungono correttori di acidità, conservanti e, talvolta, oli di semi meno pregiati al posto dell’olio d’oliva. Altroconsumo adotta un sistema di punteggio dove il 55% della valutazione dipende dal Nutri-Score, che azzanna proprio i grassi saturi e il sale in eccesso; il restante 45% considera il grado di trasformazione industriale e la presenza di additivi. Il risultato è che, più il prodotto è processato, più il punteggio crolla, e i pesti analizzati non hanno mai superato i 42 punti su 100.

Lidl e MD sul podio: i tre “meno peggio” che si salvano

Tra i 79 barattoli passati al vaglio, solo tre sono riusciti a scavalcare il muro del “sufficiente” per attestarsi nella fascia “accettabile”. Nessun trionfo, ma una semplice tregua. A guidare questa classifica di sopravvissuti è la linea discount: troviamo infatti il “Pesto alla Genovese” di Lettere dall’Italia (MD) e la sua versione “senza aglio”, entrambi fermati a 42 punti. Al terzo posto, salendo sul gradino più basso del podio, c’è il “Pesto Vegano al Basilico” di Vemondo (Lidl), che totalizza 41 punti. La sorpresa – se così si può chiamare – è che proprio la scelta vegana, eliminando i formaggi animali che contribuiscono in larga parte ai grassi saturi, riesca a guadagnare una posizione di vantaggio rispetto ai competitor tradizionali.

Nomi celebri e linee premium sotto accusa

Mentre i discount arrancano verso la sufficienza, i marchi storici e le linee “premium” dei supermercati incassano i voti peggiori, spesso con punteggi intorno ai 30 punti. L’indagine rivela che la qualità percepita e il prezzo più alto non sempre proteggono dalla bocciatura. Tra i prodotti più noti finiti nella zona rossa, spiccano il “Pesto alla Genovese” di Alce Nero (39 punti) e il “Pesto Basilico e Limone” di Barilla (32 punti). A fare compagnia a quest’ultimo troviamo anche le varianti a marchio dei grandi retailer, come il “Pesto Genovese” di Sapori & Dintorni (Conad) e la linea “Il Viaggiator Goloso”, entrambi incassati con punteggi inferiori a 31. Questa tendenza conferma che, in questo caso specifico, l’eccesso di grassi e conservanti non viene compensato né dal blasone né dalla Dop. L’alternativa migliore, conclude l’associazione con un consiglio che sa di anti-modernità, resta quella di prepararlo in casa col mortaio; nel frattempo, sugli scaffali, il “pronto da mangiare” si conferma un territorio minato.

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