Pesto industriale, un’autentica débâcle: solo tre prodotti su 79 «accettabili» secondo Altroconsumo
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Redazione Economia
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Troppi grassi saturi, una quantità spropositata di olio (spesso non sempre di altissima qualità) e un ricorso massiccio a formaggi e frutta secca che ne altera il profilo nutrizionale; queste, in sintesi, le ragioni del fallimento collettivo dei vasetti di pesto che affollano gli scaffali della grande distribuzione. L’organizzazione indipendente Altroconsumo, come spesso fa quando si tratta di analizzare la realtà che si cela dietro le etichette, ha recentemente concluso un’indagine approfondita su ben 79 referenze di questo condimento simbolo della cucina ligure, e il verdetto, che arriva nell’aprile del 2026, è impietoso: non un solo prodotto ha raggiunto la sufficienza piena, né tantomeno si è avvicinato a una valutazione "buona" o "molto buona". In pratica, dei 79 campioni prelevati in dieci diverse catene tra supermercati e discount, solo tre sono riusciti a stento a posizionarsi nella fascia definita "accettabile", mentre la stragrande maggioranza è stata retrocessa tra gli "scarsi" o i "molto scarsi".
I criteri ferrei di Altroconsumo e la condanna del Nutri-Score
Per capire il motivo di questo autentico naufragio gastronomico, occorre addentrarsi nel metodo di valutazione usato dall’associazione dei consumatori. Il punteggio, che va da 0 a 100 punti, non si basa su impressioni soggettive, ma su parametri ben precisi: per il 55% dipende dalla qualità nutrizionale, calcolata attraverso il sistema Nutri-Score, che letteralmente massacra gli alimenti troppo ricchi di grassi saturi, sale e zuccheri. Nel pesto tradizionale, infatti, la ricetta prevede ingredienti di per sé "problematici" secondo questa scala: l’olio extravergine d’oliva, i formaggi stagionati (Parmigiano e Pecorino) e la frutta secca (pinoli o, più spesso nelle versioni economiche, anacardi) contribuiscono a innalzare drammaticamente questi valori. A questo si aggiunge poi una penalizzazione del 15% per il grado di trasformazione industriale: più il prodotto è "manipolato" e ricco di additivi, conservanti o correttori di acidità, più il punteggio crolla. Ecco perché, nonostante le promesse di "tradizione" stampate in etichetta, la maggior parte di questi sughi finisce per ottenere un giudizio negativo, intrappolata com’è tra un eccesso di grassi e una lista di ingredienti troppo lunga e artificiosa.
La top three dei "meno peggio": discount e vegan inaspettati
Eppure, anche in questo deserto di insufficienze, tre prodotti riescono a issarsi a salvatori della patria, raggiungendo quota 41 o 42 punti su 100. Curiosamente, nessuno di questi appartiene ai grandi marchi storici dell’agroalimentare italiano; al contrario, si tratta di referenze a marchio della distribuzione. A contendersi il podio troviamo il "Pesto alla Genovese" (con e senza aglio) della linea "Lettere dall’Italia" venduto da Md, che ha ottenuto 42 punti, e subito dietro, a 41 punti, il "Pesto Vegano al Basilico" di Lidl, firmato Vemondo. È interessante notare come proprio la versione vegana, eliminando i formaggi animali, sia riuscita a limare il conteggio dei grassi saturi, guadagnando così una posizione di vantaggio rispetto ai competitor tradizionali. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, insomma, spendere di più o affidarsi a etichette blasonate non è garanzia di qualità nutrizionale, visto che questi marchi "low cost" hanno superato senza problemi le varianti premium presenti sugli stessi scaffali.
Il paradosso del prezzo: quando il marchio noto non brilla
Mentre i discount si prendono la scena, i nomi più celebri della pasta e del sugo italiano arrancano in classifica. Analizzando i dati diffusi da Altroconsumo, emerge infatti che tanti prodotti firmati da giganti del settore sono stati retrocessi nella fascia "scarsa". Per fare un esempio, il "Pesto Basilico e Limone" di Barilla si ferma a 32 punti, mentre lo stesso punteggio è stato assegnato al pesto bio di Esselunga o a quello vegetale di Biffi. Ancora più giù in classifica, scivolando verso il fondo, troviamo prodotti come il "Pesto Fresco" di Giovanni Rana (che non va oltre i 24 punti) o varianti più fantasiose e piene di ingredienti aggiuntivi (come il "Radicchio e Speck" firmato Eurospin), che toccano punteggi drammaticamente bassi, addirittura sotto i 20 punti. Questi risultati dimostrano come, di fronte allo scrutinio severo del Nutri-Score, il marketing e il prezzo alto perdano la loro forza, lasciando spazio solo ai numeri freddi della chimica alimentare. L’indicazione, per il consumatore che non vuole rinunciare alla praticità del vasetto, è quindi una sola: armarsi di lente d’ingrandimento e leggere con attenzione l’etichetta, controllando la qualità degli oli e la posizione reale del basilico nella lista ingredienti, soprattutto se si vuole evitare di comprare un prodotto ultra-processato spacciato per genuino.




