Il pesto del supermercato? Secondo Altroconsumo solo tre “accettabili”, e tutti gli altri bocciati
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Redazione Economia
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Non c’è, nella memoria collettiva, gesto più evocativo dell’estate ligure – o presunta tale – di quello del basilico pestato a mortaio, magari in una mattina ancora fresca. Ma la realtà, si sa, ha la brutta abitudine di correre più veloce dei nostri desideri di lentezza; ecco dunque che lo scaffale del supermercato diventa il campo di battaglia dove decine di vasetti di pesto confezionato promettono tradizione, ricetta originale e quel colore verde brillante che, troppo spesso, si rivela una maschera ingannevole. A mettere ordine, o meglio a certificare il disordine, ci ha pensato Altroconsumo, l’associazione che ha sottoposto a test ben 79 varianti di pesto vendute nella grande distribuzione, tra versioni classiche alla genovese e derive creative più o meno riuscite. Il responso, per chi ama il condimento simbolo della Liguria, non è affatto confortante.
Nessun “buono”, solo tre “accettabili”: il verdetto dell’indagine
L’analisi condotta da Altroconsumo – bisogna dirlo subito – non ha premiato nessuno, almeno nel senso pieno del termine. Nessun prodotto, tra quelli analizzati, ha ottenuto una valutazione pari a «buono» o «molto buono». La qualità media, scrivono i tecnici, si è rivelata piuttosto modesta: un dato che suona come una doccia fredda per chi pensa di risolvere la cena con un vasetto comprato di corsa. Guardando i numeri, emerge che solo tre prodotti sono stati giudicati “accettabili”, mentre tutti gli altri sono stati bocciati senza particolari attenuanti. La causa principale di questa débâcle generalizzata? La presenza eccessiva di grassi saturi, spesso mascherata da un’etichetta che parla di pinoli, olio d’oliva e formaggi pregiati. Ma chiariamolo subito: non è solo una questione di calorie.
Lidl e Md sul podio (accettabile), le grandi marche tradizionali travolte
Tra i pochi salvati, e qui sta la sorpresa per molti, spiccano i prodotti delle catene low cost. Secondo la classifica stilata da Altroconsumo, il miglior pesto alla genovese tra quelli confezionati è quello che porta il marchio Lidl, seguito a ruota da un altro prodotto distribuito da Md. Entrambi, si badi bene, vengono definiti “accettabili” – non eccellenti, non raccomandabili con entusiasmo, ma semplicemente passabili. E questo, in un contesto dove la stragrande maggioranza dei concorrenti affonda, assume quasi i contorni di un trionfo relativo. Le grandi marche storiche, quelle che hanno costruito la loro immagine sulla presunta autenticità ligure, sono state invece bocciate senza appello: olio di semi di bassa qualità, sentori di erbe anonime e una percentuale di basilico spesso inferiore a quanto dichiarato.
Perché il pesto confezionato delude: grassi saturi e ingredienti fittizi
A ben guardare – e la lettura delle etichette lo conferma – il problema non è solo di gusto, ma di onestà sostanziale. Altroconsumo ha rilevato che molti pesti in commercio contengono oli vegetali non meglio specificati, emulsionanti e conservanti che alterano il profilo organolettico del prodotto. Il basilico, quando c’è, viene spesso surclassato da spinaci o prezzemolo (ingredienti più economici e dal colore altrettanto verde). Il risultato è un condimento che sa più di chimica industriale che di mortaio. I grassi saturi, poi, rappresentano il vero tallone d’Achille: in alcuni campioni analizzati, il loro quantitativo superava di gran lunga i limiti considerati accettabili per un consumo regolare. Ecco perché l’associazione conclude, senza troppi giri di parole, che il miglior pesto alla genovese resta quello fatto in casa, con basilico fresco, pinoli, aglio, parmigiano reggiano, pecorino e olio extravergine di oliva.
Tre accettabili su 79: il mercato globale del pesto messo in discussione
Il dato, del resto, parla da solo: su 79 prodotti passati al vaglio, solo tre riescono a evitare il giudizio negativo. Non si tratta, va sottolineato, di un’opinione soggettiva: i test di Altroconsumo hanno valutato parametri chimici, nutrizionali e organolettici in modo standardizzato. L’industria agroalimentare, negli ultimi anni, ha globalizzato il pesto alla genovese trasformandolo in un prodotto da scaffale venduto anche all’estero, con ricette adattate ai gusti locali e ai costi di produzione ridotti. Ma questa riconversione industriale – che pure ha permesso a milioni di persone di assaggiare un condimento lontanamente affine all’originale – ha finito per tradire l’essenza stessa del pesto. Di fronte a un quadro così desolante, l’unica raccomandazione che Altroconsumo si sente di dare è quasi una provocazione: lasciate perdere il vasetto, armatevi di mortaio.




