Data center, in Italia fino a 37 miliardi di investimenti e 26 mila occupati entro il 2036

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il mercato italiano dei data center può mobilitare fino a 36,9 miliardi di euro di investimenti infrastrutturali cumulati nel decennio che va dal 2026 al 2036. È la stima contenuta nella Ricerca di mercato IDA 2026, presentata a Roma in occasione del Data Center Symposium promosso da Italian Datacenter Association, associazione di categoria che riunisce gli operatori del comparto.

Lo scenario di piena realizzazione della pipeline qualificata delinea una filiera capace di sostenere circa 26 mila occupati equivalenti a tempo pieno a regime, tra occupazione diretta, indiretta e indotta, a cui si aggiungono circa 20 mila lavoratori temporanei all’anno nelle fasi di sviluppo e costruzione degli impianti.

La capacità installata e il peso dell’intelligenza artificiale

Alla fine del 2025 la capacità IT complessivamente installata in Italia ha raggiunto i 760 megawatt, di cui 460 megawatt commerciali, vale a dire la potenza destinata a offrire servizi di elaborazione a soggetti terzi. La pipeline qualificata, cioè l’insieme dei progetti già identificati e in varia fase di avanzamento, vale circa 1.839 megawatt: 230 in costruzione, 673 in sviluppo e 936 in fase preliminare. Nello scenario di piena attivazione, la capacità commerciale potrebbe salire fino a circa 2,0 gigawatt entro il 2031.

La spinta arriva dalla domanda di cloud computing e dai carichi di lavoro legati all’intelligenza artificiale, che richiedono potenza di calcolo e sistemi di raffreddamento sempre più performanti.

Il nodo delle competenze e le condizioni per la crescita

Lo sviluppo del settore non dipende soltanto dalla disponibilità di capitali. La ricerca segnala che su 80 rispondenti intervistati, 53 indicano una difficoltà nel reperire profili specializzati, competenze tecniche che risultano essenziali per trasformare la pipeline in capacità effettivamente operativa. A pesare sono anche la disponibilità energetica, le connessioni alla rete elettrica, il rilascio delle autorizzazioni e l’individuazione di siti idonei.

Su quest’ultimo fronte, circa l’80% delle superfici interessate dai progetti analizzati riguarda aree già urbanizzate o dismesse, oggetto di riqualificazione, con un ricorso limitato a nuovo suolo. La ricerca individua 13 principali aree e corridoi strategici per lo sviluppo dei data center, da Milano e Roma ai poli industriali di Torino, Motor Valley e Nord Adriatico, fino a Puglia, Sicilia e Sardegna.

L’impatto sui territori e il quadro normativo

Oltre agli investimenti diretti, lo sviluppo della pipeline può generare circa 111 milioni di contributi e opere connessi alla realizzazione degli impianti, 29,6 milioni annui di fiscalità immobiliare lorda e ulteriori ricadute in termini di infrastrutture, formazione e servizi locali. Sul piano del valore aggiunto operativo diretto delle strutture, la stima indica un potenziale fino a 3,87 miliardi di euro annui entro il 2036. Il quadro autorizzativo si è recentemente arricchito con il Procedimento Unico per i progetti di centri dati, introdotto dal decreto-legge n.

21 del 2026 e disciplinato dai primi indirizzi operativi del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica: l’iter ha una durata massima di dieci mesi, con termini della valutazione di impatto ambientale dimezzati rispetto alla disciplina ordinaria, e richiede la presentazione di un progetto completo fin dall’avvio.

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