Crollo nella miniera d'oro in Sudan: almeno 67 morti e decine di dispersi nel Kordofan Occidentale
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Redazione Esteri
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Una miniera d'oro è crollata nel Sudan meridionale, nella remota area di Al-Zaraa, vicino alla città di El-Nahud nel Kordofan Occidentale, causando la morte di almeno 67 minatori. Due sopravvissuti hanno riferito all'Afp che molte altre persone risultano ancora disperse e si teme siano rimaste sepolte sotto le macerie. Almeno 25 i feriti, mentre le operazioni di soccorso proseguono senza sosta.
La dinamica del crollo e i soccorsi con mezzi di fortuna
I cunicoli della miniera, articolati in sei pozzi scavati a mano, hanno iniziato a cedere martedì, probabilmente in serata secondo diverse fonti locali. Entro la mattina successiva erano già stati recuperati 60 corpi. «Non sappiamo quanti altri siano ancora all'interno», ha dichiarato Khair al-Sayyed Jabara, uno dei sopravvissuti, al termine di un'operazione di ricerca durata tutta la notte. Il racconto dei minatori descrive una situazione drammatica: gli stessi strumenti rudimentali usati per estrarre l'oro sono ora impiegati per tentare di rimuovere rocce e terra.
«Tutti stanno lavorando duramente per recuperare i corpi o eventuali sopravvissuti, ma è difficile. Abbiamo bisogno di macchinari pesanti», hanno spiegato altri testimoni. La profondità dei pozzi, che in alcuni casi supera i trenta metri, e la natura sabbiosa e instabile del terreno rendono le operazioni estremamente lente e pericolose.
Un'area sotto il controllo delle forze paramilitari
Il Kordofan Occidentale è una regione controllata dalle Forze di Supporto Rapido (Rsf), il gruppo paramilitare che dal aprile 2023 combatte contro l'esercito sudanese. In questo contesto, l'attività mineraria informale rappresenta una delle principali fonti di reddito per la fazione paramilitare, che gestisce il contrabbando del metallo prezioso attraverso i confini del Ciad, del Sud Sudan e dell'Egitto.
L'assenza di standard di sicurezza e di attrezzature di protezione nei siti sotto il controllo delle Rsf è stata denunciata dal Sudan Doctors Network, un'organizzazione medica con sede a Khartoum. «Le attività minerarie nelle aree sotto il controllo delle Rsf, in assenza di standard di sicurezza e di adeguate attrezzature di protezione e soccorso, trasformano l'attività mineraria in una minaccia diretta per la vita dei civili», si legge in un comunicato diffuso dal gruppo.
La corsa all'oro alimentata dal conflitto
Dallo scoppio della guerra, gli sforzi bellici di entrambe le parti sono stati finanziati in gran parte dall'industria aurifera, oltre che da sostenitori stranieri. Con l'economia nazionale in ginocchio e la disoccupazione alle stelle, migliaia di sudanesi si sono lanciati in una pericolosa corsa all'oro, spesso in miniere dismesse o in zone non ufficialmente designate. La maggior parte dell'oro sudanese proviene proprio da attività estrattive artigianali e su piccola scala, che impiegano oltre due milioni di persone in condizioni estremamente precarie.
I minatori lavorano con le mani e con attrezzi rudimentali per salari giornalieri irrisori, esposti a sostanze chimiche pericolose come il cianuro. Le autorità sanitarie locali temono che il bilancio delle vittime possa aggravarsi ulteriormente man mano che i soccorritori raggiungono gli strati più profondi dei pozzi crollati.
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