Hemedti, l’oro e le milizie: così il Sudan resta in ostaggio di un uomo
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Redazione Esteri
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Per capire l’intrico sanguinoso in cui il Sudan affonda da tre anni – un lasso di tempo che ha già superato abbondantemente la soglia della “crisi dimenticata” – occorre guardare oltre le semplici linee nemiche tra esercito regolare e paramilitari. Da un lato ci sono le Forze Armate Sudanesi (Saf), dall’altro le Forze di Supporto Rapido (Rsf). Eppure, nonostante le Rsf partissero da una posizione iniziale di inferiorità sul piano degli armamenti pesanti e del riconoscimento formale, sono riuscite a costruirsi nel tempo una solida rete di alleanze e connivenze regionali. Una strategia che ha permesso loro di allargare progressivamente la dimensione del conflitto, tenendo in scacco non soltanto il governo centrale, ma intere porzioni del Paese. Al vertice di questa struttura paramilitare, che molti osservatori internazionali non esitano più a definire “un potere nello Stato”, si trova Hemedti: il cosiddetto “re dell’oro e delle milizie”, i cui interessi economici si intrecciano ormai inestricabilmente con le rotte del traffico di risorse e con il controllo di territori strategici.
Un anniversario funesto e i numeri di una catastrofe umanitaria
Il quindici aprile di tre anni fa – una data che l’ambasciatore sudanese a Roma, Emadeldin Mirghani Altohamy, ha definito “un anniversario funesto” – ha segnato l’inizio ufficiale delle ostilità. Da allora, come lui stesso ha ricordato in un’intervista per una nota rubrica di geopolitica, la situazione umanitaria ha subito “un deterioramento catastrofico”. Le cifre, pur nella loro approssimazione dovuta alla difficoltà di contare in una guerra civile, restano impressionanti: secondo aggiornamenti dell’Unhcr, oltre undici milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case. Molte di loro, in un paradosso amaro, si sono riparate in Libia: un Paese, quest’ultimo, che proprio come il Sudan è attraversato da violenze endemighe e frammentazioni politiche. Un esodo massiccio che non accenna a fermarsi, mentre i racconti dei sopravvissuti descrivono una rete di posti di blocco, tasse imposte dalle milizie e rotte sempre più pericolose verso il nord Africa.
La solidarietà italiana e il progetto “Italy for Sudan”
Proprio in questo quadro di emergenza prolungata, l’ambasciatore Altohamy ha voluto sottolineare un’iniziativa concreta: “Italy for Sudan”, definita da lui come “una concreta espressione della solidarietà del popolo e del governo italiano”. Un programma – nato in occasione del terzo anniversario del conflitto – che mira a canalizzare aiuti e risorse verso le popolazioni civili intrappolate tra i fronti. Secondo il diplomatico, un impegno del genere “dimostra la solidità delle relazioni tra Sudan e Italia in queste circostanze”. Non si tratta, a suo avviso, di dichiarazioni di circostanza, ma di un partenariato che prova a tamponare le ferite più urgenti: dalla distribuzione di cibo e medicine alla creazione di corridoi umanitari. Una scelta italiana che, nelle intenzioni di chi l’ha promossa, non si limita all’emergenza immediata, ma prova a tenere accesi i riflettori su una guerra di cui – nei notiziari europei – si parla sempre meno.
L’ascesa delle Rsf e l’alleanza che ha cambiato gli equilibri
L’elemento che però continua a sorprendere gli analisti militari è la rapidità con cui le Forze di Supporto Rapido sono riuscite a colmare il divario iniziale con l’esercito regolare. Un’ascesa che non sarebbe stata possibile senza la costruzione di una fitta rete di connivenze: capi tribali, mediatori locali, trafficanti d’armi e persino alcuni attori regionali che, pur di non vedere un Sudan interamente nelle mani di una sola fazione, hanno finito per alimentare entrambi i lati del conflitto. Hemedti, da parte sua, ha saputo trasformare il controllo dei giacimenti auriferi in una leva finanziaria decisiva, finanziando le proprie operazioni e comprando l’alleanza di comandanti locali. Una strategia che ricorda, per certi versi, il modello delle milizie libiche o sahariane, dove il potere si misura in chilogrammi d’oro e in numero di pick-up tecnici pronti a muoversi lungo le piste del deserto. Il risultato, oggi, è un Paese spaccato in tre o quattro aree d’influenza, con le Rsf saldamente ancorate nelle regioni occidentali (Darfur in primis) e l’esercito che prova a difendere la capitale e alcune roccaforti orientali. Nel mezzo, gli undici milioni di sfollati testimoniano il fallimento di qualsiasi tentativo di tregua duratura.
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