L’oro del Sudan vale sei miliardi di dollari e alimenta la guerra civile dimenticata da tutti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La guerra civile che insanguina il Sudan dall’aprile del 2023 non è soltanto una questione di potere territoriale o di scontri etnici, ma nasconde un colossale tesoro sotterraneo che, secondo le stime più recenti, varrebbe circa sei miliardi di dollari. Un patrimonio minerario, quello dell'oro, che finanzia le operazioni militari di entrambe le fazioni in lotta e che rende praticamente impossibile qualsiasi ipotesi di cessate il fuoco duraturo.

Mentre le notizie che arrivano dal paese africano raccontano il panico per l'avanzata delle Rsf – le milizie paramilitari guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti – verso El Obeid, la quinta città più popolosa della nazione, e mentre si susseguono eccidi come quello avvenuto nel Darfur settentrionale, dove 37 persone sono morte a causa di missili lanciati da droni delle Saf (le Forze armate sudanesi del generale Abdel Fattah al-Burhan) contro una Corte tribale, il vero motore del conflitto rimane occultato dalla polvere e dal sangue.

La crisi umanitaria più grave del decennio

La comunità internazionale fatica a tenere il passo con quella che ormai è considerata la peggiore crisi umanitaria degli ultimi anni, superata solo, forse, per dimensioni, da alcune tragedie asiatiche dimenticate. I numeri parlano con crudezza: 6,8 milioni di persone sono sfollati all'interno del paese secondo i dati dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, mentre 8 milioni hanno dovuto fare ritorno forzato nei loro luoghi d'origine e altri 4 milioni hanno varcato i confini nazionali in cerca di salvezza.

In totale, si parla di circa 14 milioni di individui sradicati dalle loro case, una cifra che supera la popolazione di interi stati europei e che mette in ginocchio un sistema di accoglienza già collassato, costringendo generazioni intere di bambini a nascere e crescere sotto il segno della violenza e dell'instabilità.

La voce di Papa Leone e l'appello per El Obeid

A spezzare il silenzio, seppur per pochi minuti, è stata la voce di Papa Leone che, al termine dell'Angelus domenicale, ha voluto rivolgere un pensiero accorato alla città di El Obeid. Parlando in inglese, il Pontefice ha espresso la sua vicinanza spirituale all'intero popolo sudanese, rinnovando un appello "a coloro che sono in prima linea per garantire aiuti umanitari alla popolazione civile", esortando al contempo la comunità internazionale a sostenere con urgenza gli sforzi per portare un immediato sollievo a una popolazione stremata dalla fame e dalla paura.

Le parole del Papa, sebbene cariche di umanità, si scontrano però con la realtà di un paese diviso in due, dove ogni tentativo di tregua viene rapidamente sommerso dagli interessi economici legati al controllo dei giacimenti auriferi.

Il libro che racconta il golpe e l'esodo da Khartum

Proprio per non dimenticare il volto umano di questa tragedia, l'editrice Giulia Raffaelli, attraverso la casa editrice Nuovi Panorami, ha tradotto e pubblicato "Confluenze di paesaggi, anime e popoli" di Marion Abonnenc. Abonnenc, ex operatrice umanitaria che a Khartum lavorava per l'ambasciata francese, è stata evacuata all'inizio del conflitto e nel suo libro ha ricostruito un racconto quasi corale.

Come ha spiegato Raffaelli, l'autrice "fa spesso parlare i protagonisti del dramma", dando voce a chi ha vissuto sulla propria pelle gli spari notturni durante il golpe e l'esplosione della guerra due anni dopo. Un diario corale che diventa testimonianza preziosa per comprendere come la routine di una capitale cosmopolita sia stata improvvisamente cancellata dal fragore delle armi.

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