La guerra dimenticata in Sudan e il silenzio che uccide
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Redazione Esteri
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Mentre l'attenzione globale si posa, con ciclica periodicità, su altri teatri di crisi, esiste un conflitto, quello in Sudan, che prosegue nel più assordante e inaccettabile dei silenzi. Non si levano, per questo, cortei di protesta; non si organizzano, se non in casi rarissimi, flash mob; non si odono, nelle piazze o nelle assemblee, slogan di indignazione. È un vuoto di umanità e di solidarietà che grava su una popolazione stremata, lasciata in balia di forze che, come documentano le cronache, compiono azioni di una brutalità che, in molti casi, potrebbe essere definita genocida senza timore di smentita. A nulla sono valsi, finora, gli appelli di chi prova a rompere l'assedio mediatico e materiale, portando aiuti veri e tentando di scuotere le coscienze di un mondo distratto.
L'ascesa letale dei droni e la svolta militare
Sul piano strettamente bellico, la guerra tra le Forze Armate Sudanesi, che rappresentano il governo legittimo, e le paramilitari Forze di Supporto Rapido ha conosciuto una recente evoluzione tecnologica e strategica. Si registra, infatti, un impiego sempre più massiccio e sistematico di droni, utilizzati non solo per le missioni di ricognizione ma anche, e soprattutto, per sferrare attacchi diretti con una precisione fino a poco tempo fa impensabile. Questo conflitto, nel quale sono coinvolte, più o meno direttamente, diverse potenze straniere che forniscono supporto alle fazioni in campo, dopo una fase di stallo sembra aver imboccato una svolta decisiva. Le offensive delle Forze Armate, che possiamo definire "lealiste", stanno infatti riconquistando ampie porzioni di territorio che, fino a pochi mesi fa, erano saldamente in mano alle milizie avversarie.
L'assedio a El Fasher e la tragedia dei civili
Proprio in questo contesto di rinnovata offensiva si inserisce l'ultimo, feroce capitolo della guerra nel Darfur settentrionale, dove l'esercito sudanese ha respinto un pesante attacco sferrato dalle RSF contro El Fasher, che è considerata la capitale della regione. L'assalto, che ha visto l'impiego coordinato di fanteria, veicoli blindati e carri armati, aveva come obiettivo dichiarato anche due strutture sanitarie, gli ospedali locali, in un chiaro disprezzo per il diritto internazionale umanitario. Questa azione, peraltro, segue le rapide avanzate compiute dai paramilitari nella stessa area soltanto la settimana precedente, poi bloccate dalla risposta dell'esercito e delle sue forze alleate. In un episodio di cronaca nera che ha fatto il gippo del mondo, ma senza suscitare la reazione che ci si aspetterebbe, sono stati diciassette i bambini uccisi proprio nel Darfur settentrionale, una cifra che da sola racconta il costo umano di uno scontro che non risparmia nessuno.
Gli eroi invisibili e il riconoscimento mancato
In questo scenario apocalittico, l'unico barlume di speranza è rappresentato dall'opera instancabile di volontari e organizzazioni di base, quelle stesse che, pur essendo state candidate al Premio Nobel per la pace, non hanno visto riconosciuto il loro sforzo con l'ambito riconoscimento. Sono loro, spesso con mezzi di fortuna, ad aver attivato mense di sopravvivenza e ambulatori medici, tentando di supplire al collasso totale di un sistema sanitario e assistenziale che la guerra ha demolito. Una campagna globale, nata con la missione di colmare la distanza tra il mondo così com'è e quello che la maggior parte delle persone desidera, ha provato a portare alla luce il loro eroismo quotidiano, sottolineando come, pur senza la medaglia di Stoccolma, questi volontari si siano già aggiudicati un posto fondamentale nel cuore di chi, grazie a loro, ha avuto una chance di vita.




