Herzog: «Israele vuole la pace ma Hezbollah e Hamas vanno fermati». A Washington al via i negoziati diretto Libano-Israele
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Redazione Esteri
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Il presidente di Israele, Isaac Herzog, ha definito il suo mandato come il più difficile mai affrontato da un capo dello Stato, in un'intervista in cui ha ripercorso le tappe di un periodo segnato da proteste interne, attacchi terroristici e una guerra che si combatte su più fronti. Le sue parole, che giungono in un momento di profonda tensione per il paese e per l'intera regione, hanno posto l'accento sulla necessità di fermare l'antisemitismo globale e di contrastare le organizzazioni terroristiche, menzionando espressamente Hezbollah e Hamas.
Le dichiarazioni del presidente israeliano arrivano mentre a Washington prende il via la quinta sessione di negoziati diretti tra Israele e Libano, un tentativo diplomatico che si inserisce in un quadro di violenze che non accennano a diminuire.
Un mandato segnato dalla crisi
Isaac Herzog, figlio di Chaim Herzog, che fu presidente tra il 1983 e il 1993, è stato eletto nel luglio del 2021. Il suo mandato, come ha sottolineato lui stesso, è stato fin dall'inizio costellato da sfide epocali, a partire dalle enormi proteste contro il progetto di riforma della giustizia voluto dal governo. Tuttavia, il punto di non ritorno è stato segnato dagli eccidi del 7 ottobre 2023, quando Hamas e altre fazioni palestinesi hanno compiuto un attacco senza precedenti contro Israele, provocando la morte di circa 1.200 persone e il rapimento di oltre 250 ostaggi.
Da quel giorno, ha spiegato Herzog, Israele è in guerra su più fronti, un conflitto che ha portato dolore, lutto e angoscia a famiglie intere, con gli ostaggi ancora a Gaza che hanno vissuto l'inferno. La sua presidenza, che ha descritto come un confronto diretto con la storia del padre, si trova così a gestire le conseguenze di un attacco che ha ridefinito le priorità di sicurezza nazionale.
Al via i negoziati a Washington
In questo contesto di crisi si inserisce la notizia dell'apertura, oggi a Washington, della quinta sessione di negoziati diretti tra Israele e Libano. La conferma è giunta dal Dipartimento di Stato americano, che ha fatto sapere che i colloqui, in programma fino a giovedì, prevedono una sessione congiunta politico-militare, seguita da una sessione militare e da un'altra politica.
Le due delegazioni saranno guidate dagli ambasciatori a Washington, mentre gli Stati Uniti saranno rappresentati dal consigliere del Dipartimento di Stato Dan Holler e dal sottosegretario alla Difesa per gli Affari di sicurezza internazionale, Dan Zimmerman. Questo dialogo, che prosegue nonostante le difficoltà sul campo, mira a trovare una soluzione diplomatica per porre fine alle ostilità.
Il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, ha dichiarato a margine di una conferenza stampa a Burgenstock che Israele non ha mire territoriali sul Libano meridionale, ma che è preoccupato per i combattenti di Hezbollah che sparano contro il suo territorio. Un'ammissione che getta luce sulla complessità della situazione, con il Libano che chiede il rispetto della propria sovranità mentre Teheran, secondo gli Stati Uniti, dovrebbe frenare il suo alleato libanese.
La posizione di Israele e il ruolo di Hezbollah
Le parole del presidente Herzog e del vicepresidente Vance delineano il punto di vista israeliano, che si basa sulla necessità di garantire la sicurezza dei propri cittadini minacciati da Hezbollah. Israele insiste sulla necessità che lo stato libanese eserciti la propria sovranità e disarmi la milizia, che considera un ostacolo alla pace e un veto alla stabilità della regione. Hezbollah, che ha iniziato a lanciare razzi contro il nord di Israele l'8 ottobre 2023 in sostegno ad Hamas, è una forza politica e militare con profonde radici in Libano e un forte sostegno da parte dell'Iran.
Per Israele, la minaccia rappresentata da questa organizzazione è esistenziale, tanto da aver spinto il governo a dichiarare tra gli obiettivi di guerra il ritorno in sicurezza degli sfollati dal nord. Tuttavia, come sottolineato da analisti, non esiste una soluzione puramente militare al problema di Hezbollah, che ha dimostrato una notevole capacità di resilienza nonostante le perdite subite.
La strada diplomatica, sebbene impervia, sembra essere l'unica percorribile per evitare una guerra totale, anche se i negoziati diretti tra i due paesi, che non hanno relazioni diplomatiche, sono un evento di per sé eccezionale.




