Meta sotto processo a Oakland, l’ex dipendente Béjar accusa: "Sapevamo dei rischi per i ragazzi"

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
ECONOMIA Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Economia Redazione Economia   -   È iniziato con il botto, come ci si poteva aspettare, il processo che vede Meta sbarcare in tribunale a Oakland, in California, e le prime testimonianze raccolte hanno già scosso l’aula.

Tra i nomi che sono emersi in queste prime battute c’è quello di Arturo Béjar, che non è certo un osservatore esterno o un critico di professione: Béjar ha lavorato per anni all'interno del gruppo, quando ancora si chiamava Facebook, e dal 2009 al 2015 ha ricoperto il ruolo di responsabile del team Protect and Care, l'unità che aveva il compito di sviluppare le funzionalità del prodotto e quegli strumenti interni pensati per proteggere gli utenti e, per usare le sue parole, "prendersi cura delle persone".

La sua voce, in questo contesto, assume un peso specifico notevole, perché arriva da chi ha visto da vicino i meccanismi decisionali e le priorità aziendali prima che il colosso cambiasse nome e identità.

L'accusa degli Stati: dipendenza e salute mentale dei minori

Il procedimento, che si tiene davanti al tribunale federale di Oakland, è stato promosso da ben 29 Stati americani, i quali hanno deciso di chiamare Meta a rispondere di una serie di gravi accuse relative all'impatto di Facebook e Instagram sulla salute mentale degli adolescenti.

Secondo il fronte legale che si è costituito contro l'azienda di Mark Zuckerberg, le due piattaforme sarebbero state progettate con l'obiettivo deliberato di favorire comportamenti di dipendenza tra i più giovani, e questo nonostante Meta fosse pienamente consapevole delle possibili conseguenze nefaste che tali meccanismi avrebbero potuto generare sul benessere psicologico dei minori.

L'idea di fondo che guida l'azione legale è che l'azienda abbia scelto scientemente di sfruttare le fragilità degli adolescenti per massimizzare il tempo di permanenza online e, di conseguenza, i ricavi pubblicitari, sacrificando la sicurezza sul fronte della salute mentale.

La testimonianza di Béjar e il ruolo del team Protect and Care

Le dichiarazioni di Arturo Béjar, che emergono dal suo profilo LinkedIn e che sono state acquisite agli atti, offrono uno spaccato interessante su ciò che accadeva all'interno dei reparti dedicati alla sicurezza in un'epoca in cui i social network stavano esplodendo in termini di popolarità.

Béjar, che ha guidato il team Protect and Care per sei anni, aveva il compito di implementare quelle funzionalità e quegli strumenti interni che avrebbero dovuto mitigare i rischi per gli utenti, ma il suo racconto sembra dipingere un quadro in cui le preoccupazioni per gli effetti collaterali delle piattaforme venivano messe in secondo piano rispetto all'imperativo della crescita.

La sua testimonianza, che arriva da un ex addetto ai lavori, rischia di essere un tassello fondamentale per l'accusa, poiché contribuisce a dimostrare che all'interno di Meta si discuteva apertamente dei pericoli connessi all'utilizzo prolungato dei social da parte dei ragazzi, ma che tali discussioni non si traducevano in interventi risolutivi o in un ripensamento delle logiche di progettazione.

Le richieste di quattro Stati e il futuro delle Big Tech

In particolare, quattro Stati americani – California, Colorado, Kentucky e New Jersey – si sono spinti oltre nella loro offensiva giudiziaria, chiedendo non solo un risarcimento danni che potrebbe ammontare a miliardi di dollari, ma anche profonde e strutturali modifiche al modo in cui Meta gestisce le proprie piattaforme nei confronti degli utenti più giovani.

La posta in gioco è altissima, perché al di là dell'aspetto meramente economico, il verdetto che uscirà da quest'aula potrebbe ridefinire gli standard di responsabilità per l'intera industria tech americana: se la corte dovesse dare ragione agli Stati, Meta sarebbe costretta a ripensare radicalmente i meccanismi di engagement che hanno reso Facebook e Instagram dei colossi, e questo aprirebbe la strada a una valanga di cause simili anche nei confronti di altre aziende del settore.

La strategia difensiva di Meta, che finora ha sempre respinto le accuse sostenendo di aver investito risorse ingenti nella sicurezza e nel benessere degli utenti, sarà messa a dura prova dalle testimonianze e dai documenti che emergeranno nel corso del dibattimento, e il processo di Oakland si prospetta come uno snodo cruciale per il futuro dei social network e per il rapporto tra le grandi piattaforme digitali e le nuove generazioni.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.