L'ombra di Hormuz: listini in bilico e il rebus dei 2,6 miliardi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Una seduta altalenante quella dell’8 maggio per le principali piazze finanziarie europee, dove la tregua tra Stati Uniti e Iran – se così si può definire – continua a mostrare tutte le sue fragilità. A Milano, l’indice principale ha quasi completamente recuperato le posizioni iniziali, attestandosi su una variazione trascurabile (-0,15%), mentre gli altri listini del Vecchio Continente, da Parigi a Francoforte, tentano faticosamente di limare le perdite subite in avvio, in un clima di attesa per l’apertura degli Stati Uniti. La cautela prevale, malgrado i futures americani abbiano mostrato un inaspettato rafforzamento, suggerendo una riapertura dei mercati a stelle e strisce orientata verso nuovi massimi: un ottimismo, quest’ultimo, che sembra alimentato più dalle prospettive del comparto tecnologico che da un reale allentamento delle tensioni geopolitiche.

Greggio in bilico e il nodo strategico di Hormuz

Le oscillazioni delle quotazioni del greggio raccontano meglio di ogni altra analisi l’incertezza del momento. Dopo i picchi registrati nelle sessioni precedenti, dovuti alla chiusura de facto dello Stretto di Hormuz – quel passaggio cruciale attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale – il Wti ha invertito la rotta mostrando un timido calo dello 0,5% attestandosi sotto i 94,3 dollari, mentre il Brent ha arrestato la sua corsa al rialzo, appiattendosi in prossimità della soglia psicologica dei 100 dollari, precisamente intorno a quota 101. Una stabilizzazione ingannevole, però, se si considera che l’amministrazione di Trump e i leader iraniani non hanno ancora trovato un’intesa per riaprire al traffico commerciale quella stretta lingua di mare, teatro nelle ultime ore di nuovi scambi di fuoco e accuse reciproche che tengono il mondo con il fiato sospeso.

L’inchiesta della Giustizia americana

Se il fronte militare resta caldo, sul versante finanziario si profilano tempeste giudiziarie di non poco conto. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, in collaborazione con la Commodity Futures Trading Commission (Cftc), ha avviato un’indagine che rischia di minare la credibilità dell’intero sistema di Wall Street: il sospetto è quello di insider trading su larga scala legato proprio agli annunci presidenziali sulla guerra in Iran. Secondo quanto ricostruito da Abc News, che cita fonti anonime e dati del London Stock Exchange Group, sarebbero almeno quattro le operazioni sospette compiute tra marzo e aprile scorsi, caratterizzate da un tempismo chirurgico: questi trader avrebbero piazzato grosse scommesse al ribasso sul prezzo del greggio pochi minuti prima che Trump annunciasse rinvii di attacchi o tregue temporanee, incassando oltre 2,6 miliardi di dollari complessivi.

Nello specifico, il modus operandi seguito dagli speculatori sembra essere sempre lo stesso: il 23 marzo, circa un quarto d’ora prima che il presidente comunicasse il rinvio degli attacchi alla rete elettrica iraniana, qualcuno ha puntato mezzo miliardo di dollari sul calo delle quotazioni. Stessa sorte il 7 aprile, quando a poche ore di distanza dall’annuncio di un cessate il fuoco sono emerse puntate per 960 milioni di dollari, e ancora il 21 aprile in occasione dell’estensione della tregua. Le indagini, che al momento non hanno ancora portato a capi d’accusa formali, mirano a scoprire se taluni soggetti abbiano avuto accesso a informazioni riservate prima della loro divulgazione pubblica, un aspetto, questo, che appare particolarmente tossico per la tenuta psicologica dei mercati finanziari globali.

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