La revoca delle sanzioni al petrolio russo e l’ombra di Hormuz sulla strategia di Washington

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il quattordicesimo giorno di conflitto in Medio Oriente segna una svolta imprevista negli equilibri energetici globali, con gli Stati Uniti che si trovano nella paradossale condizione di dover alleggerire la pressione economica sulla Russia per tamponare gli effetti collaterali della propria offensiva militare contro l’Iran. L’amministrazione Trump, alle prese con il blocco dello Stretto di Hormuz imposto dalla nuova guida suprema Mojtaba Khamenei, ha autorizzato una deroga temporanea che consente l’acquisto e la consegna del petrolio russo attualmente in transito sulle navi cisterna. Si tratta, stando a quanto comunicato dal segretario al Tesoro Scott Bessent, di circa centotrenta milioni di barili di greggio già caricati e bloccati in mare, la cui vendita sarà permessa fino all’undici aprile. Una misura che il Tesoro definisce di breve periodo e mirata esclusivamente al petrolio in viaggio, ma che di fatto scardina uno dei pilastri del regime sanzionatorio costruito dal G7 dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

La mossa di Washington, che arriva mentre il prezzo del Brent è tornato a veleggiare sopra i cento dollari al barile, è la risposta diretta al collasso dei flussi commerciali nel Golfo Persico. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita normalmente circa un quinto del petrolio mondiale e una quota analoga di gas naturale liquefatto, è di fatto paralizzato. Il traffico navale, secondo i dati dell’UNCTAD citati dalle Nazioni Unite, sarebbe crollato del novantasette per cento, una riduzione che ha costretto i produttori del Golfo a tagliare la produzione di almeno dieci milioni di barili al giorno, con i serbatoi di stoccaggio ormai saturi e nessuna via alternativa per smaltire il greggio. Il messaggio alla nazione di Khamenei, che ha ribadito la volontà di tenere chiuso il passaggio e ha invitato i Paesi della regione a chiudere le basi americane sul loro territorio, ha trasformato in realtà quella che fino a poche settimane fa era solo una minaccia retorica.

La mossa a breve termine che solleva dubbi sulla tenuta del fronte anti-Mosca

La decisione dell’amministrazione Trump, se da un lato mira a raffreddare un mercato surriscaldato dall’escalation militare, dall’altro produce un cortocircuito politico non trascurabile. Consentire la vendita del greggio russo già in transito significa, di fatto, immettere liquidità nelle casse del Cremlino proprio mentre Mosca osserva con interesse l’impennata dei prezzi determinata dalla chiusura di Hormuz. Il segretario Bessent ha minimizzato l’impatto, spiegando che gran parte delle entrate energetiche della Russia deriva dalle tasse applicate alla produzione piuttosto che dalle esportazioni, e che si tratterebbe quindi di un beneficio finanziario non significativo per il governo di Mosca. Ma analisti ed esperti di sanzioni, come Edward Fishman del Council on Foreign Relations, hanno immediatamente rilevato come questa deroga rischi di annullare in un colpo solo gran parte della pressione economica accumulata in anni di politiche restrittive, indebolendo uno degli strumenti principali con cui l’Occidente ha cercato di condizionare le scelte belliche della Russia in Ucraina.

La Casa Bianca, dal canto suo, replica che la priorità immediata è scongiurare uno shock energetico globale le cui conseguenze, in termini di inflazione e costo della vita per gli elettori americani, sarebbero politicamente insostenibili. Il presidente Trump, del resto, ha sempre legato la propria popolarità all’andamento dei prezzi dei carburanti, e il ritorno della benzina ai livelli più alti dal 2024 rappresenta un campanello d’allarme che non può essere ignorato. Da qui la scelta, per quanto contraddittoria, di rimuovere le sanzioni sul greggio russo in transito, una misura che il segretario all’Energia Chris Wright ha definito una soluzione pragmatica per superare alcune settimane di potenziale scarsità energetica.

Sul terreno, intanto, il conflitto continua a mietere vittime e ad allargare il proprio raggio d’azione. Un militare francese, il maresciallo Arnaud Frion del settimo battaglione cacciatori alpini, è rimasto ucciso in un attacco nella regione di Erbil, in Iraq, un episodio che il presidente Emmanuel Macron ha definito inaccettabile. L’attacco, che ha ferito altri soldati francesi, è avvenuto nella stessa area dove hanno base anche i contingenti italiani, già bersaglio nei giorni scorsi di un drone nella zona dell’aeroporto. Mentre le diplomazie europee discutono dell’impatto della crisi sui prezzi dell’energia – gli ambasciatori dei Ventisette si sono riuniti nel Coreper per affrontare la questione – l’amministrazione Trump cerca di tamponare l’emergenza con strumenti che, per loro stessa natura, appaiono in grado di risolvere un problema solo per crearne un altro, altrettanto complesso, sul fronte della coesione occidentale e della pressione su Mosca.

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