Iva Zanicchi a Domenica In: l'appello per il presepe e i racconti di una vita
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Tra un ricordo d'infanzia e l'altro, tra aneddoti personali e sapori evocati, il passaggio di Iva Zanicchi a "Domenica In" ha assunto i toni di una confessione pubblica, dove il privato si è intrecciato con una riflessione dal forte valore simbolico. La lunga chiacchierata con Mara Venier, incentrata sulle memorie raccolte nel libro "Quel profumo di brodo caldo", ha infatti offerto il quadro di un'esistenza vissuta con un temperamento schietto e passionale, lontano dalle mezze tinte, come dimostra il racconto imbarazzante e autoironico del primo appuntamento finito in un buffo disastro. È proprio questa sincerità, del resto, che ha caratterizzato il momento più atteso dell'intervento, quando la cantante, prima di lasciare lo studio, ha voluto lanciare un appello diretto e perentorio sul tema del Natale, andando contro una certa tendenza e difendendo una tradizione che considera fondativa.
Il monito per le scuole: "Fate il presepe, non intimiditevi"
"Fate il presepe, non lasciatevi intimidire": con queste parole, semplici ma cariche di significato, Iva Zanicchi ha voluto esprimere il suo disappunto riguardo a quelle realtà scolastiche dove, a suo dire, la rappresentazione della natività viene evitata per un malinteso senso del rispetto. Il suo tono, lontano da qualsiasi accento polemico ma fermo nella sostanza, ha sottolineato una posizione chiara, quella di chi considera il presepe un patrimonio culturale prima ancora che religioso, un simbolo identitario che non dovrebbe essere oscurato. Il suo augurio per un "Natale sano", seppur riconoscendo la bellezza dell'albero, si è quindi concentrato sulla difesa di una tradizione che, a suo giudizio, appartiene profondamente alla storia del paese e che va preservata senza tentennamenti.
Le confessioni tra amori e memoria culinaria
L'appello finale ha rappresentato il culmine di un'intervista che ha spaziato in lungo e in largo, scavando nelle pieghe più intime di una vita vissuta all'insegna della passione. Zanicchi, con la disinvoltura di chi non ha più nulla da perdere, ha rievocato amori travolgenti e distacchi dolorosi, come quello per il nobile russo ricordato come l'autore del "bacio più bello", un episodio che lei stessa ha definito un tradimento. Queste rivelazioni, però, non sono state semplici gossip, bensì tasselli di un mosaico più ampio, quello di un'esistenza raccontata attraverso i sapori e gli odori di una cucina povera ed essenziale, fatta di polenta e funghi, di focolari fumosi e tavolate familiari, che nel libro diventano metafora di un'intera epoca.
Una narrazione che unisce il personale e il collettivo
Il filo conduttore dell'intera conversazione è stato proprio questo: la capacità di fondere l'esperienza individuale con un sentire più ampio, che tocca le corde della memoria collettiva. Quando la Zanicchi parla della sua infanzia o delle ricette della sua famiglia, non sta semplicemente elencando eventi privati, ma sta rievocando un'Italia contadina e genuina, i cui valori lei ritrova nel presepe. Il suo monito, dunque, non nasce da una posizione astratta, ma sembra scaturire da una convinzione profonda, radicata in quel mondo "di brodo caldo" che lei continua a rappresentare, dove le tradizioni non sono negoziabili perché costituiscono l'essenza stessa di un'identità, da tramandare senza vergogna e senza paura di offendere, nella logica di uno scambio culturale che non deve annullare le proprie radici.




