Il lungo viaggio dell'inchiostro: sette anni di studio svelano gli effetti dei tatuaggi sul sistema immunitario

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Non è soltanto una questione estetica, quella legata alla sempre più diffusa pratica di decorare la propria pelle con disegni indelebili, ma un fenomeno biologico complesso che vede protagonisti i macrofagi, le cellule spazzino del nostro organismo, e che potrebbe riscrivere il nostro modo di interpretare la risposta immunitaria a lungo termine. Uno studio settennale, condotto dall’équipe del professor Santiago F. González presso l’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB) di Bellinzona e pubblicato sulle pagine della rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, ha infatti dimostrato come l’inchiostro non rimanga affatto confinato nello strato del derma in cui l’ago lo inietta, ma intraprenda una migrazione silenziosa e continua attraverso i vasi linfatici, accumulandosi nei linfonodi nel giro di poche ore -1-7. Sono proprio questi ultimi, deputati alla sorveglianza immunitaria e alla produzione di anticorpi, a diventare il teatro principale di un processo infiammatorio persistente: lì i macrofagi, catturando le particelle di pigmento, vanno incontro a morte cellulare senza riuscire a degradare l’inchiostro, innescando un loop per cui nuovi macrofagi intervengono per inglobare i residui, morendo a loro volta e perpetuando uno stato infiammatorio cronico che può durare anni -1-6.

La tossicità differenziata dei pigmenti e il loro impatto sui linfonodi

L’indagine, che ha beneficiato della collaborazione di una dozzina di gruppi di ricerca internazionali, ha posto sotto la lente d’ingrandimento i tre colori più comunemente utilizzati negli studi di tatuaggio – il nero, il rosso e il verde – rivelando come non tutti i pigmenti siano uguali agli occhi del nostro sistema di difesa -7. Il rosso e il nero, in particolare, hanno mostrato una tossicità marcatamente superiore rispetto al verde, inducendo una risposta infiammatoria più aggressiva e una mortalità cellulare accelerata -1. Nel caso specifico del pigmento rosso, spiega lo studio, si è osservata una significativa induzione dell’apoptosi, con un picco di sette volte superiore alla norma già nelle prime ventiquattr’ore successive all’iniezione del colore, mentre il nero e il verde provocavano livelli significativi di morte cellulare programmata a distanza di quarantotto ore -2. Questa reazione a catena, che si traduce in un’infiammazione persistente misurabile attraverso la presenza di citochine pro-infiammatorie come l’IL-6, il TNF-α e l’IL-1β, non resta circoscritta al solo distretto linfonodale, ma assume i contorni di uno stress sistemico che potrebbe, secondo gli autori, ridurre nel tempo la capacità di sorveglianza dell’organismo contro agenti patogeni e cellule tumorali -1-6. Un dato, quest’ultimo, che trova riscontro nell’osservazione di linfonodi ingrossati e pigmentati in individui tatuati, un fenomeno già noto in letteratura ma ora ricondotto a un meccanismo fisiopatologico più chiaro -2.

L’interferenza con la risposta vaccinale: un effetto diverso a seconda della tipologia

Un capitolo particolarmente innovativo della ricerca, e che apre scenari inediti nella pratica clinica, riguarda l’interazione tra l’accumulo di inchiostro e l’efficacia delle vaccinazioni. Utilizzando modelli murini, i ricercatori hanno testato la risposta immunitaria a due diversi tipi di vaccino – un vaccino a mRNA contro il SARS-CoV-2 e un vaccino antinfluenzale tradizionale – in presenza di pigmenti nei linfonodi drenanti -6. I risultati hanno evidenziato una risposta ridotta e significativamente alterata per il vaccino a mRNA, verosimilmente a causa dell’indebolimento funzionale dei macrofagi, che non sarebbero più in grado di produrre efficientemente la proteina spike seguendo le istruzioni fornite dall’mRNA -6. Al contrario, la risposta al vaccino antinfluenzale, che presenta già l’antigene al suo interno, è risultata paradossalmente aumentata, quasi che l’infiammazione cronica indotta dal tatuaggio agisse come un adiuvante, potenziando la reazione immunitaria -6. Questa duplice e opposta modulazione della risposta, come ha tenuto a sottolineare l’infettivologo Matteo Bassetti in un intervento successivo alla pubblicazione, non rappresenta un’opinione, ma un’evidenza scientifica che impone una riflessione approfondita su come la presenza di tatuaggi possa influenzare le strategie vaccinali future -1.

La risposta normativa italiana tra prevenzione del melanoma e consenso informato

Proprio mentre la comunità scientifica assimila questi nuovi dati, il panorama legislativo italiano si muove per affrontare le implicazioni sanitarie legate alla salute della pelle, in un contesto che vede il melanoma maligno in costante aumento: si è passati dai circa quindicimila casi stimati nel 2023 ai circa diciassettemila nuovi diagnosticati nel 2024, con un trend che non accenna a invertirsi -10. Un disegno di legge specificamente dedicato alla prevenzione di questo tumore cutaneo, dopo aver ricevuto il via libera dal Senato con modifiche sostanziali introdotte in Commissione Sanità, è tornato all’esame della Camera per il suo iter conclusivo -10. Tra i punti qualificanti del provvedimento spicca l’introduzione dell’obbligo di consenso informato per chiunque intenda sottoporsi a un tatuaggio o alla sua rimozione: un documento scritto che il tatuatore dovrà far firmare al cliente, conservandone copia per eventuali controlli, e che dovrà dettagliare non solo i rischi per la salute legati alla procedura, ma anche le precauzioni da osservare successivamente -5. Un decreto del Ministero della Salute, da emanarsi entro sei mesi dall’approvazione definitiva della legge, avrà il compito di specificare i contenuti, le modalità e i tempi di conservazione di questo atto, di fatto equiparando la pratica del tatuaggio a un trattamento estetico a tutti gli effetti e sottraendola a quella zona grigia in cui era rimasta per troppo tempo -5.

I numeri di una pratica diffusa e le prospettive aperte dalla ricerca

L’urgenza di un quadro normativo chiaro e di una ricerca scientifica approfondita è resa ancor più evidente dalla diffusione capillare dei tatuaggi nelle società occidentali: si stima che in Europa occidentale la percentuale di persone con almeno un tatuaggio si attesti tra il tredici e il ventuno per cento, una quota che sale considerevolmente nelle fasce più giovani della popolazione e che negli Stati Uniti raggiunge quasi un individuo su tre -6-7. Numeri che impongono di guardare con attenzione ai risultati di studi come quello di Bellinzona, che hanno dimostrato come ogni centimetro cubo di pelle tatuata introduca nell’organismo circa due milligrammi e mezzo di inchiostro, una quantità di particelle nanometriche e micrometriche destinate a interagire con i tessuti per l’intera vita dell’individuo -6. Sebbene la ricerca non stabilisca ancora un nesso di causalità diretto e certo tra tatuaggi e patologie oncologiche – alcuni studi epidemiologici mostrano dati contrastanti sul rischio di linfoma e tumori cutanei – l’evidenza di un’infiammazione persistente e di un’alterazione funzionale del sistema immunitario rappresenta un campanello d’allarme che la comunità scientifica e il legislatore non possono ignorare -2. Il lavoro dei ricercatori, lungi dal demonizzare una pratica antichissima, apre la strada a una maggiore consapevolezza sui materiali utilizzati e sulle conseguenze biologiche a lungo termine, suggerendo la necessità di studi ulteriori che possano chiarire i meccanismi ancora oscuri di questa complessa interazione tra umano e pigmenti indelebili -7.

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