L'incrocio pericoloso tra la crisi in Iran e la campagna per il referendum, e quella strategia di Palazzo Chigi per arginare la rimonta del "No"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   È un intreccio di crisi, quello che in queste ore tiene banco a Palazzo Chigi, destinato a complicare non poco le strategie comunicative della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Da un lato, l'onda lunga dell'offensiva militare voluta dall'amministrazione Trump in Medio Oriente, con il suo carico di conseguenze diplomatiche e di sicurezza per l'Italia e per l'intero scacchiere europeo; dall'altro, l'appuntamento cruciale del referendum sulla giustizia, previsto per il 22 e 23 marzo, che nelle ultime settimane ha visto un'inversione di tendenza nei sondaggi, con il fronte del "No" che, secondo rilevazioni come quella diffusa da Ixè, avrebbe addirittura operato un sorpasso, attestandosi al 53% delle intenzioni di voto [riferimento ai fatti forniti]. Una duplice emergenza, quella internazionale e quella politica interna, che la presidente del Consiglio tenta di gestire con un approccio che appare sempre più netto: gettarsi a capofitto nella campagna referendaria, cercando di riprendere il controllo del messaggio, mentre sullo scenario mediorientale si muove con cautela, consapevole delle insidie che un'allineamento troppo esplicito con le posizioni della Casa Bianca potrebbe generare.

L'assedio dei sondaggi e la controffensiva social della premier

L'allarme, nei corridoi del governo, è suonato quando i numeri hanno iniziato a certificare una tendenza inaspettata. Quel referendum che doveva essere una conferma plebiscitaria della riforma voluta dall'esecutivo, e in particolare dalla Lega e da Fratelli d'Italia, rischia di trasformarsi in un voto di protesta o, peggio, in una bocciatura politica. Da settimane, lo si diceva, i tecnici della comunicazione di maggioranza compulsano i dati, osservando la crescita costante dei contrari. Per provare a invertire la rotta, Meloni ha rotto gli indugi e, con un video di quasi un quarto d'ora diffuso sui suoi canali social, ha deciso di intestarsi personalmente la battaglia per il "Sì", cercando di fare chiarezza su quelli che definisce i reali contenuti della riforma, contro quella che lei stessa ha definito una ridda di "bufale" e "banalizzazioni" messe in circolazione dagli oppositori. Nel suo intervento, la presidente del Consiglio ha cercato di smontare l'idea che si tratti di una misura punitiva nei confronti dei magistrati, parlando invece della necessità di restituire efficacia e autorevolezza a un potere dello Stato che, a suo dire, avrebbe perso credibilità a causa di meccanismi che premerebbero la negligenza e non garantirebbero una reale responsabilità per gli errori giudiziari.

Il nodo della guerra in Medio Oriente e i riflessi sul fronte interno

Ma mentre la premier tenta di focalizzare l'attenzione degli elettori sulla giustizia, il contesto globale minaccia di riportarla con i piedi per terra, e di farlo nel peggiore dei modi. La crisi innescata dall'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all'Iran, e la successiva risposta di Teheran con droni contro obiettivi nella regione del Golfo, ha costretto il governo a un'immediata mobilitazione per la sicurezza delle proprie missioni militari e per l'assistenza ai connazionali rimasti bloccati nell'area. È in questo frangente che emergono le difficoltà comunicative della premier. La sua presa di posizione sulla guerra, arrivata, come è stato notato, con un ritardo significativo rispetto agli altri leader europei, e improntata a una cautela che a molti è parsa eccessiva, è stata letta da più parti come il sintomo di un imbarazzo di fondo, ovvero la difficoltà di dover navigare tra la fedeltà atlantica a un'amministrazione Trump che procede per iniziative unilaterali e la necessità di mantenere un profilo europeista e prudente, capace di non alienare le simpatie di un'elettorato tradizionalmente pacifista. La scelta di Schierarsi, o meglio di non schierarsi in modo netto, ha richiamato alla memoria antiche formule di equidistanza che mal si conciliano con la gravità di un conflitto che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha definito come uno scenario mai così vicino all' "abisso" [riferimento ai fatti forniti].

L'ombra di Trump e la gestione delle alleanze scomode

Il nodo principale, per Meloni, risiede probabilmente nel rapporto con Donald Trump, tornato alla Casa Bianca. Le parole del presidente americano, che in un'intervista al Corriere della Sera ha definito la premier italiana "una grande leader", "un'amica" e una persona che "cerca sempre di aiutare", sono state accolte con favore dalla maggioranza, ma hanno immediatamente innescato le reazioni stizzite delle opposizioni. Il Partito Democratico, per bocca del suo responsabile Esteri, ha parlato di dichiarazioni "gravi e inquietanti" in un contesto di guerra, chiedendo al governo di smentire che l'Italia stia offrendo un sostegno incondizionato a un conflitto giudicato "illegale". Dall'altro lato, la determinazione con cui il governo spinge per una risoluzione parlamentare che rafforzi la difesa delle missioni italiane e confermi il rispetto degli accordi internazionali per l'uso delle basi militari sul territorio nazionale, pur ribadendo che non vi è alcuna intenzione di entrare in guerra, rivela quanto la posizione italiana sia delicata. Si naviga a vista, tra la richiesta di aiuti dai Paesi del Golfo per scopi difensivi e la necessità di non apparire come un mero satellite degli interessi strategici americani nella regione.

La macchina del fango e la normalizzazione del voto

Nel suo video sul referendum, la presidente del Consiglio ha voluto lanciare un messaggio rassicurante agli elettori e ai suoi stessi alleati di governo, che temevano possibili ripercussioni politiche in caso di débâcle elettorale. Meloni ha escluso categoricamente l'ipotesi di dimissioni dell'esecutivo se dovesse vincere il "No", sottolineando che il voto del 22 e 23 marzo verte esclusivamente su un quesito tecnico, la riforma della giustizia, e non sull'operato del governo. Ha ricordato, con una certa fermezza, che gli italiani che desiderano mandare a casa la maggioranza avranno modo di farlo tra un anno, alle naturali scadenze elettorali, invitando a non confondere i piani. Un tentativo, il suo, di depotenziare la carica politica di un'eventuale sconfitta, cercando al contempo di riportare il dibattito sulla sostanza del provvedimento. Un tentativo che però si scontra con una realtà sempre più complessa: quella di un'opinione pubblica bombardata da notizie di guerra e attentati, che fatica a distinguere tra le "storture" del sistema giudiziario e le ben più immediate e tangibili paure legate alla sicurezza internazionale. E mentre il governo si prepara al confronto in Parlamento, dove giovedì la premier è attesa per le comunicazioni sulla crisi in Medio Oriente, l'ombra di quella "guerra nel Golfo" continua a proiettarsi sulla campagna referendaria, rendendo il terreno per la maggioranza sempre più scivoloso.

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