“Referendum, Misiani: la vittoria del No è una sconfitta per Meloni e una lezione di democrazia”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L’affluenza alle urne – un dato, quest’ultimo, che con il 58,9% di partecipazione si attesta tra i più alti nella storia delle consultazioni referendarie di matrice costituzionale – ha restituito ieri sera un verdetto che non lascia spazio a fraintendimenti: la riforma della giustizia voluta dall’esecutivo, quella che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, è stata respinta in modo netto dal Corpo elettorale. A parlare, per Antonio Misiani, componente della segreteria nazionale del Partito Democratico, è stato “un momento di grande rilevanza politica”, capace di segnare uno spartiacque decisivo per il Paese: l’elettorato, secondo l’esponente dem, ha inteso respingere un impianto normativo che – nelle sue intenzioni originarie – avrebbe finito per compromettere l’indipendenza della magistratura, alterando quegli equilibri tra i poteri sui quali, dalla fondazione della Repubblica, poggia l’intero sistema democratico nazionale.
Il cuore del contendere, oggetto del quesito su cui gli italiani sono stati chiamati a esprimersi domenica 22 e lunedì 23 marzo, era rappresentato dalla modifica di sette articoli della Carta fondamentale. Si trattava, in particolare, di superare l’attuale unitarietà della magistratura per tracciare un solco invalicabile tra la carriera dei giudici – che pronunciano la sentenza – e quella dei pubblici ministeri, incaricati di condurre le indagini e di sostenere l’accusa in aula. Un passaggio, quest’ultimo, che la riforma intendeva rendere strutturale sin dall’ingresso nella professione, eliminando la possibilità di cambiare ruolo dopo i primi anni di servizio, una facoltà che l’attuale ordinamento (riforma Cartabia del 2022) prevede invece entro il nono anno dall’assunzione.
Non solo la separazione netta delle funzioni, però. Il testo costituzionale sottoposto a vaglio popolare prevedeva infatti anche la disgregazione del Consiglio Superiore della Magistratura: al posto dell’unico organo di autogoverno, sarebbero sorti due consigli distinti (uno per i giudicanti e uno per i requirenti), entrambi presieduti dal Capo dello Stato ma composti secondo un meccanismo che prevede l’estrazione a sorte di una parte dei membri togati, nel tentativo dichiarato di scardinare il sistema delle correnti interne alla magistratura. Accanto a questi, la riforma disegnava l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, un organismo che avrebbe sottratto al CSM la competenza sui procedimenti disciplinari, affidandola a un collegio di quindici giudici scelti tra professori, avvocati e magistrati con lunga esperienza alle spalle.
La reazione delle forze politiche di opposizione non si è fatta attendere, e le dichiarazioni rilasciate ieri pomeriggio a Montecitorio hanno subito inquadrato l’esito della consultazione in una chiave di dura contrapposizione con la maggioranza di governo. Angelo Bonelli, leader di Alleanza Verdi e Sinistra, ha parlato apertamente di una “grande sconfitta politica” per Giorgia Meloni, aggiungendo – con una sottolineatura che mira a tracciare il solco per le prossime mobilitazioni – che l’atteggiamento della premier, la quale ha subito dichiarato la volontà di “andare avanti con determinazione” nonostante il responso delle urne, rappresenta una posizione “arrogante che non può essere tollerata”. Una lettura, quella del fronte del “No”, che allarga immediatamente lo sguardo oltre il merito tecnico della riforma, indicando nella tenuta democratica del sistema e nella difesa della Costituzione i veri valori in gioco.
Diversa, e per certi versi opposta, è invece la prospettiva offerta da Salvatore Ronghi, presidente di “Sud Protagonista”, il quale interpreta il risultato referendario non come una vittoria per la democrazia, ma come una “grande perdita di opportunità” per il sistema Italia [citation:user]. Secondo Ronghi, la separazione delle carriere – che in altri Paesi europei rappresenta un modello consolidato – avrebbe consentito di liberare la magistratura dal condizionamento delle correnti, allineando l’ordinamento italiano a standard di civiltà giuridica già largamente diffusi nel continente. Un giudizio, il suo, che si inserisce in quella fetta di elettorato che ha sostenuto il “Sì” e che vede nella riforma respinta un’occasione mancata per modernizzare la giustizia.
L’alto tasso di partecipazione – un elemento che, come sottolineato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, “conforta” perché dimostra la solidità del tessuto democratico – ha comunque rappresentato un dato saliente di questa tornata elettorale. A differenza di quanto accade per i referendum abrogativi, infatti, in questo caso non era previsto il raggiungimento di un quorum strutturale per la validità della consultazione: la volontà popolare, espressa in modo così massiccio, ha assunto quindi il valore di un verdetto politico inoppugnabile, che impone al governo di prendere atto di una bocciatura che coinvolge direttamente il cuore del disegno riformatore della maggioranza.
L’architettura costituzionale in bilico
A essere stato rimesso in discussione dal voto, nelle intenzioni dei promotori del “Sì”, era l’articolato sistema di pesi e contrappesi che regola la giurisdizione in Italia. L’attuale architettura prevede che i magistrati, pur distinguendosi per funzioni diverse, appartengano a un unico ordine: una caratteristica che secondo i sostenitori della riforma finisce per creare pericolose commistioni tra la fase investigativa e quella decisionale. La novella costituzionale, approvata dal Parlamento lo scorso ottobre, puntava invece a definire due percorsi professionali distinti sin dall’origine, sottraendo ai pubblici ministeri la possibilità di aspirare a ruoli giudicanti, e viceversa, salvo il caso di “meriti insigni” per l’accesso alla Corte di Cassazione.
Le modifiche avrebbero riguardato anche il rapporto con il potere esecutivo: l’azione disciplinare nei confronti dei magistrati, con il nuovo assetto, sarebbe stata in parte riconfigurata nelle competenze del ministro della Giustizia, un aspetto – quest’ultimo – che il fronte del “No” ha sempre ritenuto particolarmente critico per il rischio di esposizione della magistratura al condizionamento politico. La creazione di due Csm distinti, invece, avrebbe comportato una frammentazione dell’autogoverno, sollevando interrogativi sulla capacità del sistema di garantire uniformità di trattamento e di difendere l’autonomia della giurisdizione.
Le reazioni a caldo e le letture politiche
Mentre i dati dello scrutinio confermavano il trend già anticipato dagli exit poll – con il “No” attestatosi stabilmente attorno al 54% contro il 46% dei consensi per il “Sì” – le valutazioni dei diversi schieramenti si sono rapidamente cristallizzate. Sul versante governativo, la premier Meloni ha scelto di limitarsi a una presa d’atto formale, dichiarando in un breve video sui social di “rispettare la decisione” degli italiani, senza tuttavia rinunciare a ribadire l’intenzione di proseguire lungo la strada tracciata dal suo esecutivo. Una reazione che, per le opposizioni, suona come un rifiuto a recepire fino in fondo il monito proveniente dal elettorale.
In questo quadro, le dichiarazioni di Misiani assumono il valore di una presa di posizione netta: il risultato referendario, nell’analisi del responsabile Economia della segreteria dem, non si configura solo come un incidente di percorso per la maggioranza, ma come una “lezione di democrazia” che restituisce centralità al principio della separazione dei poteri [citation:user]. Una lezione, aggiungono dal fronte progressista, che arriva in un contesto internazionale segnato dalle politiche del nuovo presidente americano Donald Trump – richiamato esplicitamente da Bonelli – e che pone con urgenza la questione della costruzione di un’alternativa credibile all’attuale esecutivo.
I numeri di una mobilitazione straordinaria
A rendere statisticamente rilevante il responso delle urne è stato il traino della partecipazione giovanile, un segmento dell’elettorato che secondo le prime analisi post-voto ha contribuito in modo determinante a far pendere l’ago della bilancia verso il fronte del “No”. Con oltre 51 milioni di cittadini chiamati al voto, l’affluenza del 58,93% rappresenta un dato superiore a quello registrato in molte precedenti consultazioni referendarie, segno di un interesse e di una mobilitazione che hanno superato le tradizionali barriere dell’astensionismo.
La geografia del voto, sebbene abbia restituito una prevalenza netta del “No” su scala nazionale, ha mostrato alcune significative eccezioni: in regioni come il Veneto, ad esempio, il “Sì” è riuscito a imporsi con una percentuale superiore al 58%, segnalando come la percezione della riforma e le sue implicazioni in termini di efficienza della giustizia abbiano trovato consenso in aree del Paese dove il tessuto produttivo e imprenditoriale aveva tradizionalmente manifestato una forte domanda di accelerazione dei processi e di certezza dei tempi.




