Venezuela, sospesi sul ponte di un ritorno impossibile
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Redazione Esteri
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A metà del ponte Simón Bolívar, la linea sottile che separa la crisi dalla speranza, Evelin Cardenas trova un'immagine potente per descrivere la condizione del suo paese. Il Venezuela, dice la donna mentre avanza con le sue poche cose, è esattamente come lei in quel momento: sospeso in un tragitto incompiuto, in bilico tra un regime alle spalle e una libertà che, davanti, non appare mai definitiva. Quella di Evelin, che si guarda attorno con un sorriso amaro, è una storia tra le centinaia di migliaia, narrata ogni giorno da chi fugge da bombe e repressione per cercare rifugio a Cúcuta, in Colombia, ma per il quale, nonostante tutto, è ancora troppo presto per pensare a un ritorno.
Le dichiarazioni di Washington e l'allarme a Caracas
Sullo sfondo di un esodo che non si arresta, la politica internazionale continua a dettare i tempi di una crisi infinita. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, attraverso il suo consigliere Stephen Miller, ha formalmente chiesto al segretario di Stato Marco Rubio di guidare il processo per l'attuazione delle riforme economiche e politiche in Venezuela, ottenendo, a suo dire, la piena cooperazione dal governo di Caracas. Un impegno che Trump ha però immediatamente circoscritto, precisando in un'intervista che gli Stati Uniti "non sono in guerra" con la nazione sudamericana, bensì "con chi svuota le proprie prigioni" inviando oltre confine detenuti, tossicodipendenti e malati di mente. Dichiarazioni giunte a poca distanza da un episodio di tensione a Caracas, dove un'intensa sparatoria vicino a Palazzo di Miraflores, sede del governo, ha generato un fugace allarme, poi rientrato con la spiegazione delle autorità: si sarebbe trattato di colpi partiti per un "errore interno" dalle stesse forze di sicurezza.
Il punto di vista investigativo sul narcotraffico
Proprio l'accento posto da Trump sul tema droga e criminalità organizza, tuttavia, sembra scontrarsi con una lettura dei fatti diversa, che emerge dagli ambienti investigativi più esperti. Il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, la cui autorità in materia è riconosciuta a livello internazionale, offre infatti un'analisi che ridimensiona fortemente il ruolo del paese caraibico. Secondo Gratteri, il Venezuela non domina né orienta il mercato globale della droga, ricoprendo anzi un ruolo "marginale" se paragonato alle principali rotte mondiali gestite dai cartelli. Alcuni, fa notare il magistrato, strumentalizzerebbero la questione per fini politici, mentre l'obiettivo primario delle forze dell'ordine dovrebbe rimanere quello di colpire le complesse architetture finanziarie che permettono il riciclaggio dei profitti del narcotraffico.
Un paese in attesa tra retorica e realtà
Ciò che resta, dunque, è un quadro contraddittorio dove le grandi dichiarazioni di politica estera e le ricostruzioni giudiziarie si misurano con la realtà quotidiana di chi, come Evelin, è costretto a vivere in una sospensione forzata. Mentre si discute di riforme guidate dall'esterno e di guerre contro entità astratte, il ponte fisico e metaforico continua a essere attraversato da chi cerca semplicemente di sfuggire a un destino di violenza e povertà. La strada per il risanamento del paese, evocata da Trump come prerequisito per qualsiasi evoluzione politica, appare ancora lunghissima, lasciando una popolazione intera in quella terra di nessuno dove la fine del viaggio è solo un'ipotesi lontana.




