Bagnaia e la crisi infinita: il buio dopo il faro di Motegi
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Redazione Sport
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Dopo il bagliore accecante del doppio successo in Giappone, dove aveva dominato con un'autorità che sembrava preludere a una rimonta finale, per Francesco Bagnaia è calato un sipario di profonda incertezza. Quella che doveva essere la ripartenza, costruita anche su un test privato a Misano con la moto dell'anno precedente, si è invece dissolta in un preoccupante declino tra le piste indonesiana e australiana, dove il pilota torinese è apparso un'ombra di se stesso, costantemente invischiato nelle retrovie e in lotta con una Ducati GP25 che rifiuta di concedergli la fiducia necessaria. A Mandalika, la sua prestazione toccò il fondo con un ritiro dopo essere rimasto aggrappato all'ultima posizione, mentre a Philip Island il weekend si è rivelato un calvario, inaugurato da una Sprint Race disastrosa e concluso con un'altra caduta nella gara principale, che ha di fatto sigillato un fallimento su tutta la linea.
L'amara resa dei conti a Phillip Island
Il Gran Premio d'Australia, vinto in modo sorprendente da Raul Fernandez che ha colto la prima affermazione in carriera precedendo Fabio Di Giannantonio e Marco Bezzecchi, ha messo in luce il divario abissale che separa Bagnaia dai suoi rivali. Le sensazioni, come lui stesso ha definito, erano "indescrivibili" in negativo, al punto da spingerlo a dichiarare di aver corso costantemente "al limite". Anche i tentativi estremi del team, messi in atto durante il Warm Up con modifiche radicali all'assetto dell'anteriore, si sono rivelati un "disastro", rendendo la moto inguidabile e costringendo i tecnici a un brusco cambio di direzione che, seppur abbia permesso un leggero miglioramento, non è stato sufficiente a scalfire l'impressione di una crisi tecnica senza precedenti.
La caduta simbolica e un futuro incerto
L'epilogo della gara lunga è stato emblematico di un momento di confusione e frustrazione. Mentre lottava in una posizione di metà classifica, precisamente al dodicesimo posto, la sua Ducati ha chiuso l'anteriore alla curva Siberia, proiettandolo nella ghiaia a soli due giri dal termine. Un incidente che, al di là del risultato mancato, assume il valore di un simbolo e che lo ha portato a commentare, con amarezza, come sia "meglio cadere lottando che arrivare ultimo". Questa sequenza di risultati negativi, unita all'evidente disagio con la moto ufficiale, sta alimentando speculazioni sul suo futuro all'interno della squadra, con la casa di Borgo Panigalle che, stando a quanto si apprende, avrebbe già iniziato a valutare possibili sostituti per la prossima stagione.
Il mistero del dopo-Motegi
Ciò che sconcerta maggiormente, e che rappresenta il cuore della questione, è il repentino e inspiegabile crollo di prestazioni seguito al trionfo di Motegi. Quella doppia vittoria, così netta e convincente, era apparsa a molti come il punto di svolta che avrebbe potuto riaccendere la sua corsa al titolo, creando un "Mondialino" parallelo con Marc Marquez e Bezzecchi negli ultimi cinque appuntamenti. Invece, da quel momento, ogni certezza è venuta meno, lasciando il posto a un interrogativo tecnico ancora senza risposta e a una macchina che, nonostante gli sforzi collettivi, non fornisce più le sensazioni di cui un campione ha bisogno per competere ai massimi livelli.
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