Benzina e diesel, il governo taglia le accise di 25 centesimi: il decreto dura venti giorni
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Redazione Economia
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Il Consiglio dei ministri, riunitosi nel pomeriggio del 18 marzo, ha dato il via libera a un decreto legge studiato per arginare la fiammata dei prezzi dei carburanti, una fiammata che nelle ultime settimane aveva portato il diesel a sfiorare quota 2,20 euro al litro, con ripercussioni pesanti non solo sugli automobilisti privati ma sull’intera filiera dei trasporti e, a cascata, sui beni di largo consumo. Il provvedimento, che il governo ha voluto definire “temporaneo ed emergenziale”, si sostanzia in una riduzione delle accise su benzina, diesel e GPL compresa tra i venti e i venticinque centesimi al litro, una sforbiciata che, come è stato spiegato al termine della riunione a Palazzo Chigi, costerà alle casse dello Stato diverse centinaia di milioni di euro in termini di minori entrate, ma che punta a riallineare i prezzi italiani a quelli europei se non a renderli persino più bassi, come auspicato dallo stesso vicepremier Matteo Salvini, secondo cui l’obiettivo è vedere il gasolio scendere stabilmente sotto la soglia psicologica dei due euro.
La finestra temporale scelta per l’intervento non è casuale: il taglio avrà una durata di venti giorni a decorrere dal 19 marzo, coprendo così un arco che coincide con le votazioni del referendum sulla giustizia, in programma il 22 e 23 marzo, e che si sovrappone alle delicate riunioni del Consiglio Europeo dove la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, intende portare avanti una battaglia per una maggiore flessibilità sui meccanismi di formazione del prezzo dell’energia, magari ottenendo quel tetto al prezzo del gas che in passato aveva già diviso i partner europei. Sul fronte interno, la mossa del governo non si limita al solo taglio delle accise, ma introduce anche un sistema di monitoraggio rafforzato affidato alla Guardia di Finanza e all’Antitrust per scongiurare eventuali speculazioni da parte della filiera dei distributori, oltre a prevedere un credito d’imposta dedicato al comparto dell’autotrasporto e a quello ittico, settori, questi, considerati particolarmente esposti alla volatilità dei costi energetici e alla concorrenza internazionale.
La crisi di Hormuz e il pressing sull’Europa per il costo del carbonio
Dietro la mossa del governo, che qualcuno non ha esitato a definire “elettorale” visti i tempi strettissimi che la separano dalla consultazione referendaria, si cela in realtà una crisi energetica internazionale le cui radici affondano nel conflitto in Medio Oriente e, più precisamente, nella decisione dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz, quel passaggio obbligato attraverso cui transita circa il 20 per cento del petrolio mondiale e una quota significativa del gas qatariota, un vero e proprio collo di bottiglia la cui riapertura, secondo gli analisti militari, si sta rivelando un’impresa titanica per la marina americana, messa in difficoltà dalla dottrina A2/AD dei Guardiani della Rivoluzione, fatta di mine, barchini esplosivi e sciami di droni a basso costo. L’esecutivo italiano, consapevole che la durata del conflitto tra l’alleato americano Donald Trump e Teheran potrebbe protrarsi ben oltre i venti giorni coperti dal decreto, ha voluto inserire nel testo una clausola che lega eventuali proroghe del taglio delle accise all’evoluzione della situazione internazionale e, soprattutto, all’esito del vertice di Bruxelles del 19 marzo, durante il quale l’Italia intende tornare alla carica per chiedere una revisione, se non una sospensione temporanea, del sistema Ets, l’Emission Trading System che molti nel governo ritengono responsabile di aver aggravato il peso della bolletta energetica.
La partita che si gioca in Europa è complessa e vede l’Italia in prima linea nel chiedere misure straordinarie, come un allentamento delle regole sugli aiuti di Stato o l’introduzione di un meccanismo europeo per sovvenzionare o limitare il prezzo della produzione elettrica da centrali a gas, proposte che però si scontrano con la ferma opposizione di un gruppo di Paesi guidato dalla Spagna, i quali, forti di un mix energetico molto più orientato alle rinnovabili, difendono l’impianto dell’Ets ritenendolo uno strumento “collaudato” e indispensabile per la transizione ecologica, nonché per la sicurezza energetica di lungo periodo. In questo contesto, la lettera inviata dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen ai leader alla vigilia del Consiglio ha aperto a qualche forma di flessibilità, come la possibilità di compensare fino all’ottanta per cento dei costi indiretti del carbonio per le industrie energivore, ma ha escluso categoricamente lo stravolgimento del sistema, lasciando intendere che le misure di emergenza, come i sussidi nazionali, dovranno essere valutate caso per caso per evitare distorsioni del mercato unico.
L’ombra del referendum e le ricadute sul fronte interno
L’accelerazione impressa dall’esecutivo sul caro-carburanti, al di là delle motivazioni ufficiali legate alla crisi geopolitica, si inserisce in un clima politico incandescente a pochi giorni dal voto referendario, dove i sondaggi, seppur con margini diversi, raccontano una rimonta del fronte del “No” e una partita tutt’altro che chiusa, con una quota di indecisi che, secondo le ultime rilevazioni, potrebbe rivelarsi determinante per l’esito finale della consultazione popolare. Se da un lato il governo presenta l’intervento come un necessario atto di sostegno a famiglie e imprese, strette nella morsa tra l’inflazione e il costo della materia prima, dall’altro l’opposizione non ha mancato di sottolineare come la tempistica appaia quantomeno sospetta, parlando di un vero e proprio “decreto elettorale” studiato per ingraziarsi il consenso di quelle categorie, come i pendolari e gli autotrasportatori, che più di altre hanno risentito dei rincari delle ultime settimane e che rappresentano un bacino di voti non trascurabile. I venti giorni di sconto, che tecnicamente scadranno l’8 aprile, coprono interamente il periodo del voto e l’eventuale ballottaggio, creando di fatto un cuscinetto che isoli gli automobilisti dagli umori del mercato globale.
La scelta di intervenire sulle accise piuttosto che sull’Iva, come pure era stato ipotizzato in alcune bozze circolate nei giorni precedenti, è motivata dal governo con la volontà di garantire un effetto più diretto e immediato sul prezzo finale alla pompa, evitando i complessi meccanismi di compensazione che avrebbero richiesto tempi più lunghi; il taglio, infatti, incide sulla componente fiscale del prezzo, quella che negli ultimi anni era stata più volte aumentata per far fronte a emergenze di bilancio e che ora, per venti giorni, viene drasticamente ridotta. L’operazione, costosa in termini di gettito, verrà finanziata attingendo alle maggiori entrate Iva che lo Stato stesso ha incassato proprio grazie all’aumento del prezzo del carburante, un meccanismo che in gergo tecnico viene definito “circolare” e che ha il pregio di non pesare ulteriormente sull’indebitamento netto, almeno nel breve periodo, anche se resta da capire come si muoverà il governo qualora la crisi mediorientale dovesse davvero protrarsi, magari con un allungamento dei tempi per la riapertura dello Stretto di Hormuz o con un’estensione del conflitto agli impianti di produzione veri e propri, scenario quest’ultimo che farebbe impennare le quotazioni del greggio ben oltre i cento dollari al barile.
Le misure per l’autotrasporto e i controlli contro le speculazioni
Parallelamente al taglio delle accise, il pacchetto varato dal governo contiene una serie di misure settoriali pensate per alleviare il peso dei rincari su quelle categorie professionali per le quali il carburante rappresenta una voce di costo primaria e ineludibile; si va dal credito d’imposta per le imprese di autotrasporto, la cui entità verrà definita con successivi decreti attuativi, fino a un contributo specifico di dieci milioni di euro per il comparto ittico, annunciato dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, un settore, quello della pesca, che nelle ultime settimane aveva minacciato azioni di protesta e blocchi dei mercati ittici all’ingrosso per il costo insostenibile del gasolio necessario alle uscite in mare. A queste misure di sostegno diretto si aggiunge poi un rafforzamento dei poteri del cosiddetto “Mr Prezzi”, la figura istituita per monitorare l’andamento dei listini al dettaglio e segnalare eventuali anomalie, e l’introduzione di un meccanismo sanzionatorio più stringente per quei gestori che dovessero approfittare della situazione per aumentare ingiustificatamente i margini di guadagno, un tema, quello delle speculazioni, che era emerso con forza già nei mesi precedenti quando, nonostante un calo delle quotazioni del petrolio, i prezzi alla pompa faticavano a scendere.
L’impressione, conferrata dal comunicato stampa diramato al termine del Consiglio dei ministri, è che l’esecutivo si muova su un doppio binario: da una parte l’urgenza di tamponare l’emergenza sociale, con un provvedimento visibile e immediatamente percepibile dall’elettorato, dall’altra la necessità di mantenere un profilo basso sul fronte dei conti pubblici, evitando di aprire voranni di bilancio difficilmente colmabili e anzi cercando di agire prevalentemente sui meccanismi di mercato e di pressione politica in sede europea. La partita, come detto, è destinata a ripetersi tra venti giorni, quando il governo dovrà decidere se rinnovare il taglio, magari con una nuova copertura finanziaria, oppure lasciare che i prezzi tornino a lievitare, sperando che nel frattempo la situazione internazionale, dall’escalation militare in Medio Oriente alla mediazione delle potenze mondiali, abbia trovato uno sbocco diverso, anche se le prime indicazioni che arrivano da oltreoceano, con le dimissioni del direttore del Centro nazionale antiterrorismo americano Joe Kent, contrario alla guerra in Iran voluta dall’amministrazione Trump, lasciano presagire scenari di lunga durata e difficilmente risolvibili in poche settimane.




