Von der Leyen e il riarmo dell'Europa tra minacce russe e crisi mediorientale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel discorso sullo Stato dell'Unione, tenuto a Strasburgo, Ursula von der Leyen ha delineato, con toni inequivocabili, la necessità di una difesa comune europea più solida e coordinata, una risposta che non può più essere rimandata dinanzi alla recrudescenza delle minacce alla sicurezza continentale. L’intervento della presidente della Commissione, il cui inquadramento politico è apparso sin dalle battute iniziali, è stato plasmato dall’incidente dei droni russi che hanno violato lo spazio aereo polacco, episodio gravissimo che ha conferito un’urgenza palpabile alle sue parole. «Siamo solidali con la Polonia, l’Europa è al suo fianco», ha dichiarato, assicurando che l’Unione difenderà «ogni centimetro quadrato del suo territorio» con la costruzione di quel «muro di droni» già annunciato per le frontiere orientali.

Sul versante ucraino, la von der Leyen ha ribadito l’impegno incondizionato di Bruxelles a sostenere Kiev, sottolineando come la resistenza del paese invaso sia fondamentale per la sicurezza collettiva europea, la quale, del resto, non può prescindere da un’industria della difesa più integrata e competitiva. Un tema, quello del riarmo, che è divenuto centrale nell’agenda comunitaria e che richiede, secondo quanto esposto, investimenti cospicui e una regia unitaria, superando quelle frammentazioni che hanno storicamente indebolito la capacità di proiezione strategica del Vecchio Continente.

Ben diversa, e per molti versi sorprendente, la posizione emersa riguardo al conflitto a Gaza, dove la presidente ha operato un deciso distacco dalle precedenti posizioni di stretta vicinanza a Israele. Pur definendosi «amica di lunga data del popolo israeliano», von der Leyen ha infatti aperto per la prima volta a misure punitive verso il governo di Benjamin Netanyahu, menzionando esplicitamente una possibile sospensione del sostegno bilaterale, sanzioni contro alcuni ministri e coloni violenti, e persino una revisione parziale dell’accordo di Associazione. Una mossa che riflette le profonde divisioni esistenti tra i capi di Stato e di governo e il crescente malcontento dell’opinione pubblica europea.

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