Istat, la smentita sulle pressioni a Chelli e l’attesa per il verdetto Eurostat sul deficit

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La vigilia del verdetto europeo, destinato a fare chiarezza sulla salute dei conti pubblici italiani, si tinge di precisazioni istituzionali piuttosto nette. A ridosso della pubblicazione – fissata per mercoledì 22 aprile – della nota di Eurostat riguardante il livello dell’indebitamento netto, l’Istituto nazionale di statistica ha sentito il bisogno di intervenire per tagliare corto con una ridda di voci, circolate nelle ultime ore, che ipotizzavano presunte interferenze ai danni dell’autonomia dei tecnici.

Nello specifico, l’Ente guidato da Francesco Maria Chelli ha dovuto rispondere a indiscrezioni giornalistiche secondo le quali il presidente avrebbe esercitato “pressioni” sui colleghi addetti alla contabilità nazionale, nella speranza di addomesticare i dati relativi al periodo 2022. Nulla di tutto ciò, almeno stando alla ricostruzione ufficiale: l’Istat ha bollato la ricostruzione come “destituita di ogni fondamento”. In una nota ufficiale diffusa lunedì 20 aprile, Chelli ha ribadito la sua “piena e assoluta fiducia” verso il lavoro, giudicato serio e competente, di chi ogni giorno si occupa del calcolo di voci cruciali come il Prodotto interno lordo e il deficit.

Il silenzio di Bruxelles e la scadenza del 22 aprile

Mentre si discuteva del clima interno all’istituto di statistica, il fronte più caldo rimaneva quello dei numeri veri e propri. A consentire una tregua nella querelle giornalistica ci ha pensato lo stesso Istat, chiarendo un aspetto procedurale che molti avevano dato per scontato: a tutta la data del 19 aprile scorso, infatti, non erano ancora pervenute comunicazioni ufficiali e conclusive da parte di Eurostat. Ciò significa che il “verdetto” sui conti italiani – che molti analisti danno già in scadenza per il 2025 – era ancora in fase di elaborazione, sebbene alle porte.

Non si tratta di un dettaglio burocratico. L’istituto ha ricordato che la notifica prevista dal Protocollo sulla Procedura per i Disavanzi Eccessivi (PDE), annesso al Trattato di Maastricht, sarà pubblicata in contemporanea sui canali ufficiali delle due istituzioni mercoledì 22 aprile alle ore 11:00. È quella la sede deputata per i numeri, e nessuna anticipazione – per quanto insistente – potrà sostituirsi al verdetto finale. Proprio per questo, lo stesso presidente Chelli ha voluto blindare il perimetro della discussione, spostando l’attenzione dal “come si lavora” al “cosa si sta effettivamente lavorando a calcolare”.

La posta in gioco per i conti pubblici

Sullo sfondo di questa ridda di precisazioni, rimane intatta la rilevanza politica ed economica del dato che verrà comunicato a fine settimana. La fotografia scattata da Eurostat sarà decisiva per capire se l’Italia riuscirà a uscire dalla procedura per deficit eccessivo già questa primavera, oppure se sarà costretta a rimanere sotto osservazione speciale per i prossimi mesi. Si tratta di una distinzione cruciale: uscire dal cosiddetto “braccio correttivo” significa riconquistare maggiore flessibilità di bilancio, elemento tutt’altro secondario in una fase in cui la pressione sulla difesa, l’energia e la competitività industriale è in costante aumento.

Le ultime rilevazioni, incluse quelle del Fondo monetario internazionale e le stime preliminari dell’Istat, hanno indicato un livello di indebitamento pari o di poco superiore al 3,1 per cento del Pil. Se la certificazione europea dovesse attestarsi su questa soglia, l’obiettivo dell’esecutivo di archiviare la procedura in primavera subirebbe un arresto piuttosto netto. Le cronache raccontano di un governo che aveva coltivato qualche speranza di miracolo statistico, ma le voci raccolte nelle ultime ore a livello politico suggeriscono un cauto realismo: Bruxelles difficilmente chiuderà un occhio di fronte a una soglia che resta quella aurea del 3 per cento.

Un caso di cronaca “tecnica” dai contorni giudiziari

Se, da un lato, l’Istat ha dovuto difendersi da accuse di manovre interne, dall’altro l’intera vicenda solleva un tema più profondo, quello della credibilità delle statistiche pubbliche in un Paese ad alto debito. Sebbene non siano emersi elementi per ipotizzare reati o irregolarità nella condotta dei vertici dell’istituto, la semplice circolazione di notizie su presunte pressioni ha costretto i vertici a una mobilitazione difensiva rara per un ente tecnico. In altri contesti europei, episodi simili avrebbero potuto innescare verifiche interne più intrusive; qui, per ora, la partita si gioca sulla fiducia dichiarata dal presidente verso i suoi uffici.

L’unico fatto giudiziario potenzialmente derivabile – almeno per ora – non riguarda persone fisiche, ma la correttezza della “fabbrica dei numeri”. Le agenzie di rating e gli investitori osservano queste dinamiche con la lente della trasparenza. Se i dati venissero manipolati o se si dimostrasse un condizionamento, le conseguenze per il debito nazionale – che secondo alcune proiezioni viaggia oltre il 137 per cento del Pil – sarebbero pesanti sul costo del denaro. Per questo la smentita di lunedì 20 aprile assume i toni di una liberatoria preventiva: Istat e il suo presidente hanno voluto mettere nero su bianco che, nella costruzione delle stime, il parere tecnico ha prevalso su qualsiasi altra considerazione.

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