Conti pubblici, l’attesa per Eurostat cresce mentre l’Istat smentisce pressioni e il governo trattiene il fiato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il conto alla rovescia sui conti pubblici italiani, scandito dai secondi che ci separano dal verdetto di Eurostat fissato per mercoledì 22, si è improvvisamente intrecciato con una giornata di serrate precisazioni istituzionali. Mentre cresce l’attesa per la decisione dell’ufficio statistico europeo – che potrebbe sancire o meno l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzo eccessivo – l’Istat è intervenuto per mettere un punto fermo sull’iter di verifica dei dati di finanza pubblica. L’istituto, nel farlo, ha respinto con una certa nettezza i rumors che parlavano di presunte pressioni interne ai propri uffici tecnici, voci che avevano iniziato a circolare con insistenza proprio alla vigilia della partita decisiva con Bruxelles. È in questo clima, carico di tensione, che la tecnica contabile rischia di sconfinare nella politica, con il lavoro del ministro Giorgetti che si complica ulteriormente mentre si aspetta di capire se quei decimali, capaci di valere miliardi, giocheranno a favore o contro il paese.

La beffa dei 23 milioni e il confine sottile del 3%

Secondo alcune indiscrezioni raccolte in esclusiva dalla stampa – e che hanno inevitabilmente alimentato l’ansia negli ambienti governativi – l’ultima revisione dei dati Istat (quella che doveva essere consegnata proprio in queste ore a Eurostat) porterebbe il rapporto deficit/Pil 2025 al 3,05%. Se così fosse, applicando le normali regole dell’arrotondamento matematico, quel valore diventerebbe un tondo 3,1% una volta pubblicato. La conseguenza, sulla carta, è spietata: niente uscita dalla procedura di infrazione per quest’anno. Una beffa sottile, quasi crudele, perché tutto si gioca su una manciata di milioni. Sessantotto, per la precisione, se si considera la forbice che corre tra una stima del 3,04% e una del 3,07%. Oppure ventitré, se si guarda ad altre proiezioni. È una cifra che nei bilanci dello Stato è invisibile, quasi evanescente, eppure il suo peso è tale da poter tenere l’Italia ancora per un anno in un regime di sacrifici di bilancio, invece di garantirle quella flessibilità che servirebbe come il pane in questa fase economica.

Eurostat, arrotondamenti e un lungo confronto tecnico

La partita, in realtà, non è ancora del tutto chiusa. Il dato sul deficit 2025, che deve essere validato da Eurostat, è frutto di un confronto tecnico durato oltre un mese tra i due istituti di statistica. C’è stato un primo invio dei dati da parte dell’Istat a inizio marzo, poi un serrato scambio di vedute e verifiche. Ora si attende la pubblicazione ufficiale, prevista per le undici di mercoledì mattina, che arriverà contestualmente sui canali di Eurostat e dell’istituto italiano. Ma il nodo, come spesso accade in questi casi, è squisitamente tecnico e riguarda la lettura dei decimali. Eurostat ha già fatto sapere che pubblicherà i dati con una sola cifra decimale, applicando le regole matematiche standard: si arrotonda per difetto se la seconda cifra è pari o inferiore a 4, per eccesso se è pari o superiore a 5. Questo significa che un valore reale del 2,99% verrebbe miracolosamente pubblicato come 3,0%, facendo scattare la “salvezza”. Viceversa, un 3,04% diventerebbe un 3,1%, con tutte le conseguenze politiche ed economiche che ne derivano. In una nota diffusa proprio lunedì, l’Istat ha voluto chiarire che “a tutta la data del 19 aprile non erano ancora pervenute comunicazioni ufficiali e conclusive da parte di Eurostat”, cercando così di spegnere le voci di un verdetto già scritto.

L’istituto sotto i riflettori e la smentita categorica

La pressione su quell’ente, in queste ore, è diventata immensa. Dai decimali che escono dai computer della Contabilità nazionale dipende non solo la credibilità tecnica dell’Istituto, ma anche la narrazione politica del governo. Ed è proprio su questo fronte che è arrivata la smentita più secca. Alcuni articoli avevano infatti ipotizzato un presunto “pressing” del presidente Francesco Maria Chelli sui propri tecnici, quasi a voler indirizzare il risultato della rilevazione. L’Istat ha definito questa ipotesi “destituita di ogni fondamento”, ribadendo che Chelli ha “piena e assoluta fiducia nel lavoro serio e competente” dei suoi uffici. Non c’è stata nessuna intromissione, insomma, nessun tentativo di piegare i numeri alle esigenze di chi deve presentare il Documento di finanza pubblica a Bruxelles. Il ruolo dell’istituto, in questo delicato confine tra tecnica e politica, resta quello di un osservatore che misura e certifica. Almeno fino a quando, domani mattina, quei dati non verranno ufficialmente liberati.

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