Borse, l’Europa trattiene il fiato in attesa di una svolta che passa per Teheran
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Redazione Economia
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L’ottimismo mostrato da Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti ormai da oltre un anno alla Casa Bianca, circa un imminente accordo con l’Iran capace di porre fine alle ostilità, non è riuscito a scalfire la cautela che domina le contrattazioni sui mercati del Vecchio Continente. Mentre il Brent scivola timidamente sotto la soglia psicologica dei 100 dollari al barile—un segnale, questo, che gli operatori leggono come un primo cedimento delle tensioni sull’offerta energetica—i listini asiatici hanno offerto ieri una lezione di realismo che l’Europa sembra intenzionata a non dimenticare. La tregua di dieci giorni entrata in vigore tra Libano e Israele, sebbene rappresenti un concreto passo avanti nella riduzione della tensione regionale, non ha dissipato i dubbi degli investitori, i quali restano ancorati a una strategia difensiva in attesa dei colloqui previsti per il prossimo fine settimana.
L’Asia frena dopo i record, Tokyo paga il prezzo delle prese di beneficio
A gettare un’ombra sulla seduta europea è stata innanzitutto la fotografia arrivata dall’estremo Oriente. La Borsa di Tokyo ha archiviato la giornata con un deciso arretramento dell’1,75%, cancellando di fatto parte dei recenti exploit che avevano portato il Nikkei a toccare nuovi massimi. È prevalsa, in quella sede, una logica elementare ma implacabile: dopo il rally, i riposizionamenti. Gli investitori giapponesi, in particolare, sembrano aver scelto di monetizzare i guadagni piuttosto che scommettere su una risoluzione lampo del conflitto, e lo stesso clima di scetticismo si è riversato sulle altre piazze del Pacifico. Hong Kong ha ceduto l’1,15%, Seul lo 0,55%, mentre Shanghai ha limato uno 0,17%, segnali di una cautela diffusa che ha trovato la sua ragione principale nella valutazione dei prossimi passi diplomatici tra Washington e Teheran.
Il petrolio sotto i 100 dollari, un sollievo condizionato dalla fragilità della tregua
Il vero termometro della situazione, in queste ore, resta il greggio. Il Brent che scende sotto quota 100 dollari è una boccata d’ossigeno per le economie importatrici europee, le quali temono il ritorno di una spirale inflazionistica simile a quella scoppiata dopo l’invasione dell’Ucraina. Tuttavia, questa discesa—trainata più dalla speranza che da fatti compiuti—sconta una fragilità di fondo. La tregua decennale tra Israele e Libano, infatti, è stata accolta con favore dai mercati, ma viene descritta dalle cancellerie come un’interruzione degli scontri più che una vera pace; un'interruzione che, per sua stessa natura, potrebbe rivelarsi temporanea se i colloqui sul programma nucleare iraniano dovessero arenarsi. Il Fondo Monetario Internazionale, del resto, ha già messo in guardia l’Europa: in assenza di una stabilizzazione definitiva, il vecchio continente rischia di affacciarsi su uno scenario di recessione accompagnato da un’inflazione vicina al 5%.
Lo stallo strategico in attesa di una svolta che tarda ad arrivare
Gli indici del Vecchio Continente si muovono quindi con il freno a mano tirato. I future sui listini USA, sebbene contrastati, non offrono quella spinta decisiva che molti si aspettavano dopo le dichiarazioni rosee del presidente americano, il quale continua a ripetere che la guerra "dovrebbe finire molto presto". È proprio il contrasto tra queste affermazioni e la realtà delle contrattazioni a raccontare lo stato d’animo prevalente nelle sale operative: nessuno vuole restare esposto in caso di fallimento delle trattative, ma allo stesso tempo nessuno può permettersi di ignorare la possibilità, concreta, che da Islamabad arrivi un annuncio capace di stravolgere i prezzi da un momento all’altro. Per ora, gli investitori si limitano a monitorare i movimenti del governo giapponese—alle prese con la carenza di energia e prodotti petrolchimici—e le eventuali misure di sostegno, restando in attesa di quella scintilla diplomatica che possa finalmente trasformare la cautela in un rinnovato appetito per il rischio.




