Nuovo razzo su Shama, i caschi blu italiani nel mirino mentre il mondo trattiene il fiato per la risposta di Teheran
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Redazione Esteri
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La tregua, se così si può definire quel precario equilibrio di violenza controllata che caratterizza il sud del Libano, continua a mostrare tutte le sue fragilità. Un razzo, presumibilmente un corto raggio da 107 millimetri, è caduto ieri all’interno della base di Shama, roccaforte del contingente italiano dell’Unifil nel Sector West. L’ordigno, che secondo fonti militari e valutazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani sarebbe riconducibile all’arsenale di Hezbollah, ha colpito un mezzo militare provocando danni materiali ma, fortunatamente, nessuna vittima tra i militari in forza alla missione di pace.
L’episodio, avvenuto in un contesto di fuoco incrociato tra l’esercito israeliano e le milizie sciite, riaccende i riflettori su una regione dove il cessate il fuoco teorico viene quotidianamente violato da attacchi mirati e rappresaglie. Il missile, esploso nei pressi della pista degli elicotteri, ha danneggiato un veicolo: un segnale, questo, della fragilità a cui sono esposti i peacekeeper, costretti a operare in un’area dove le parti in conflitto mostrano sempre meno riguardo per le basi Onu. Mentre a Gerusalemme e Beirut si valutano le ripercussioni del caso, l’attenzione degli analisti resta focalizzata sulla natura dell’attacco, con il dicastero della Difesa italiano che ha immediatamente avviato accertamenti per risalire con certezza alla provenienza del vettore.
Il gioco di pazienza (e artiglieria) nello Stretto di Hormuz
L’instabilità libanese, sebbene grave, rappresenta solo una delle propaggini di un conflitto molto più ampio che vede contrapposte Washington e Teheran, con lo Stretto di Hormuz trasformato in un fronte nevralgico. A distanza di oltre un anno dalla rielezione di Donald Trump, la Casa Bianca sta attuando una strategia di accerchiamento diplomatico e militare nei confronti del regime iraniano, pur mostrando alcuni segnali di cedimento tattico. La cosiddetta "Project Freedom", l’operazione destinata a scortare le petroliere e rompere il blocco imposto dall’Iran, è stata momentaneamente sospesa: una mossa che non è affatto un arretramento, bensì una leva negoziale per spingere Teheran ad accettare il memorandum in 14 punti.
In questo quadro di alta tensione, l’asse diplomatico si è spostato su Islamabad e, in parte, su Riad. L’Arabia Saudita e il Kuwait, dopo aver mantenuto inizialmente una linea prudente, hanno rimosso le restrizioni che impedivano l’uso del proprio spazio aereo e delle basi militari agli alleati statunitensi. Un cambiamento, quest’ultimo, che potrebbe favorire una rapida riapertura del corridoio marittimo, anche se la risposta di Teheran tarda ad arrivare. Secondo il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei, "non siamo ancora giunti a una conclusione": una dichiarazione che alimenta l’attesa per una decisione che potrebbe arrivare da un momento all’altro, mentre le diplomazie lavorano per evitare il collasso totale delle trattative.
Logiche regionali e la parabola ascendente degli Emirati
Mentre l’attenzione mediatica è catalizzata dai movimenti delle superpotenze, il fronte meridionale del Golfo racconta una storia di progressiva radicalizzazione. Gli Emirati Arabi Uniti, strenui sostenitori della linea dura contro i Pasdaran, hanno subito rappresaglie sempre più violente: solo nei giorni scorsi un impianto petrolifero di Fujairah è stato colpito da droni e missili balistici, azioni che Abu Dhabi attribuisce direttamente alla guida suprema iraniana, nonostante le smentite ufficiali arrivate da Teheran. Con oltre 2.800 episodi di fuoco registrati nelle ultime settimane, gli Emirati si trovano in prima linea in quella che appare come una guerra per procura dai contorni sempre più sfumati.
È in questo scenario che si inserisce, quasi come una variabile impazzita, l’ennesimo attacco alla base di Shama. Per gli analisti, non è chiaro se il razzo caduto in Libano rappresenti un tentativo di Hezbollah di aprire un secondo fronte di pressione sull’Italia, uno dei paesi chiave della missione Unifil, o se si tratti invece di una reazione istintiva ai colpi ricevuti dai loro alleati nello Stretto. Quel che è certo è che i fragili equilibri del Medio Oriente continuano a reggersi su un filo logoro: da una parte gli Stati Uniti che tentano di orchestrare la pace senza rinunciare alla forza, dall’altra l’Iran che cincischia valutando la proposta americana, e in mezzo, letteralmente nel mirino, ci sono ancora una volta i nostri soldati, costretti a subire i danni collaterali di una guerra che nessuno, per ora, riesce a fermare.




