Trump in Asia, la regola del bullo e il mondo che trattiene il fiato
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Redazione Esteri
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Il recente tour asiatico di Donald Trump ha lasciato dietro di sé, più che un programma dettagliato, un principio di azione che gli osservatori hanno rapidamente battezzato come la «regola del bullo», un messaggio diretto agli alleati che devono ora misurarne le conseguenze, cercando di decifrare le intenzioni di una superpotenza il cui capo sembra muoversi secondo una logica di pura transazione immediata. Per comprendere appieno l'impatto di questa diplomazia muscolare, è necessario calarsi nella prospettiva di quei leader, molti dei quali, al contrario, inquadrano gli eventi contemporanei nei tempi lunghi della storia, guardando alle relazioni internazionali come a uno scontro non solo fra sistemi-paese, ma fra modelli di civiltà profondamente radicati.
La scossa di Trump e i possibili esiti globali
La scossa con cui Trump investe l'ordine internazionale, del resto, ha tre possibili esiti, nessuno dei quali trascurabile: potrebbe condurre a un nuovo equilibrio globale, ridefinendo le sfere di influenza rispetto a Mosca e Pechino; potrebbe innescare, al contrario, un cortocircuito planetario, determinando una fase di conflitti – diretti o per procura – di dimensioni e conseguenze senza precedenti; potrebbe, infine, aprire semplicemente una stagione di endemica instabilità, nella quale la prevedibilità, cardine delle relazioni diplomatiche per decenni, verrebbe meno. È come se, per molti analisti, fosse di nuovo la stagione degli imperi, dove la forza bruta e la negoziazione spregiudicata tornano a essere il linguaggio primario.
Il doppio volto della politica estera trumpiana
Se Trump fosse davvero il presidente isolazionista che il suo slogan «America First» sembrava inizialmente promettere, il suo atteggiamento potrebbe essere giudicato, se non condivisibile, almeno comprensibile. Gli oneri che derivano dall'agire come gendarme del mondo, infatti, sono enormi, e qualcuno ne auspica da tempo una redistribuzione. La realtà, però, come dimostrato dalla sua esibizione di muscoli e dalle trattative condotte dal Sudamerica alla Cina, appare più complessa e sfaccettata, mostrando un doppio volto globale che alterna minacce unilaterali a improvvisi gesti di distensione, creando uno stato di perenne incertezza. Questo approccio, che qualcuno definisce pragmatico e altri semplicemente volatile, costringe tutti gli attori sulla scena mondiale a ricalibrare le proprie mosse.
Il mondo che osserva e trattiene il fiato
In questo contesto, come ha sottolineato Charles Kupchan, senior fellow al Council on Foreign Relations e professore alla Georgetown University, "il mondo sta tenendo sotto controllo Trump". Questa espressione coglie l'atmosfera di attesa vigile che caratterizza le cancellerie di tutto il pianeta, le quali, a nove mesi dal suo ritorno alla Casa Bianca, scrutano ogni mossa della sua amministrazione tentando di discernere una strategia di lungo periodo dietro alle azioni spesso impulsive. Si tratta di un bilancio in divenire, che non riguarda solo la politica estera in senso stretto, ma che ha ripercussioni profonde anche sul fronte domestico e sulla percezione stessa dell'autorità americana, mentre i cinesi, che si considerano eredi di una civiltà millenaria, osservano con il distacco di chi ha visto passare imperi e concepisce la competizione in termini secolari.




