Nomine, il governo Meloni chiude il puzzle con cinque nuovi sottosegretari
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Redazione Interno
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È durata poco più di un mese, la “parentesi” delle caselle vuote nell’esecutivo, e ora Giorgia Meloni ha messo la parola fine al rebus degli incarichi minori, ma politicamente delicatissimi, che gravitavano attorno ai ministeri. Con una seduta del Consiglio dei ministri che si è svolta a Palazzo Chigi nella giornata di ieri – la numero 170 della legislatura, stando ai registri ufficiali – la premier ha infatti proceduto a tamponare le falle apertesi nella sua squadra dopo le recenti scosse telluriche, rappresentate sia dalle dimissioni di Andrea Delmastro sia dall’addio, seppur per promozione, di Gianmarco Mazzi, senza dimenticare gli spostamenti legati al passaggio di consegne in altri dicasteri. La soluzione trovata è stata quella di un intervento massiccio, che interessa ben cinque diversi dipartimenti, evitando così la temuta parola “rimpasto” che già in passato aveva provocato più di qualche eczema alla presidente del Consiglio.
Chiara, nella struttura della manovra, la necessità di procedere a una doppia operazione: ottimizzare la macchina burocratica nell’ultimo scorcio utile prima della fine naturale della legislatura, ma anche ricucire gli eventuali strappi nella maglia della maggioranza, componendo un puzzle di nomi che soddisfa le diverse anime della coalizione. Se alla Giustizia, per prendere il testimone di Delmastro, è stato chiamato il senatore Alberto Balboni (attuale presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama), alla Farnesina la scelta è caduta sull’avvocato Massimo Dell’Utri, esponente di punta di Noi Moderati e coordinatore del partito in Sicilia. Una nomina, quest’ultima, che ha un forte sapore territoriale e che si inserisce in un quadro di maggiore attenzione verso l’isola, tant’è che Dell’Utri non è l’unico siciliano a entrare nel governo in questa tornata.
La doppia corsia siciliana e il graduale turnover nei dicasteri
Accanto al neo sottosegretario agli Esteri, infatti, spicca la figura di Giampiero Cannella, politico palermitano finora noto per ricoprire la carica di vicesindaco di Palermo e che è stato designato per subentrare a Gianmarco Mazzi al Ministero della Cultura. Non è un caso, viene da osservare, che l’isola si sia vista attribuire due poltrone in un solo colpo, un segnale che, nelle parole del deputato regionale Gianfranco Micciché – riportate dalle agenzie – rappresenterebbe “un segnale incoraggiante” dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia che in Sicilia aveva lasciato più di qualche amarezza. Cannella, che secondo quanto emerso dal comunicato stampa del governo risulta indicato con il nome di “Pietro Cannella” nei registri ufficiali, approda quindi al dicastero guidato da Giuli forte di un radicamento territoriale che potrebbe rivelarsi utile in ottica di raccordo con le autonomie.
A completare il quadro delle nomine, va registrata la promozione di Paolo Barelli, volto storico di Forza Italia, che lascia l’incarico di capogruppo a Montecitorio per assumere le deleghe ai Rapporti con il Parlamento, un ruolo nevralgico nella fase di passaggio delle leggi tra i due rami delle Camere. Per la Lega, invece, arriva l’investitura della senatrice Mara Bizzotto, unica donna del quintetto, destinata a fare il suo ingresso al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. La Bizzotto subentra a Massimo Bitonci, collega di partito che aveva lasciato il posto dopo la recente elezione in altre vesti istituzionali, e va a presidiare un settore, quello produttivo, che il Carroccio considera storicamente di propria competenza. Con questi nomi, tutti entrati in carica dopo il rituale giuramento nella Sala dei Galeoni, l’esecutivo Meloni si appresta ad affrontare le prossime sfide con una squadra finalmente al completo.
L’imprinting degli alleati e l’ultimo giro di valzer
A ben guardare, la ripartizione delle caselle non fa che cristallizzare gli equilibri interni alla maggioranza, archiviando definitivamente quei “rumors” di un rimpasto generalizzato che avevano circolato nei giorni immediatamente successivi alla debacle elettorale sulla giustizia e alle travagliate dimissioni di Daniela Santanchè. Si è trattato, più che di una rivoluzione, di un “tagliando” o, per usare una metafora cara agli addetti ai lavori, dell’“ultimo valzer” prima delle politiche. La scelta di non aprire una crisi di governo, ma di intervenire chirurgicamente per riempire i vuoti lasciati dai dimissionari e dai promossi, è stata accolta con un applauso nel corso della riunione, a dimostrazione del fatto che tra i vertici dei partiti si è preferito abbassare i toni dello scontro per concentrarsi sull’obiettivo di far girare al meglio le macchine ministeriali.
Resta sullo sfondo, benché escluso dalle procedure di ieri, il nodo legato alla Consob (la Commissione di controllo sulla Borsa), dossier ancora caldo che coinvolge l’attuale sottosegretario al Mef, Federico Freni, la cui eventuale nomina a presidente dell’Authority è al momento frenata da veti incrociati tra i partiti. Tuttavia, per quanto riguarda l’esecutivo in senso stretto, la partita è chiusa. I cinque neo sottosegretari – tra i quali spiccano profili molto diversi, che vanno dall’avvocato cassazionista Dell’Utri all’ex nuotatore Barelli – hanno già preso possesso delle loro deleghe, portando un ricambio di sangue fresco (e geograficamente ben posizionato) negli ingranaggi di Palazzo Chigi, in attesa che la legislatura prosegua il suo corso.




